Archivio mensile: Novembre 2020

Rinvio di un ragazzo gambiano omosessuale: la CEDU riprende la Svizzera.

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Rinvio di un ragazzo gambiano omosessuale: la CEDU riprende la Svizzera.

In una sentenza emessa recentemente, la Corte europea per i diritti umani (CEDU) critica la Svizzera per aver voluto rinviare un ragazzo gambiano omosessuale. Questa sentenza dimostra chiaramente l’inadeguatezza della prassi che la Svizzera applica nei confronti dei richiedenti asilo LGBTQI.

Nel caso specifico trattasi di un ragazzo gambiano stabilitosi in Svizzera da qualche tempo. Dopo che la sua domanda d’asilo gli è stata negata a più riprese avrebbe dovuto lasciare la Svizzera nel 2018 in seguito alla decisione finale del Tribunale Federale. Nella sua sentenza del 17 novembre 2020 la CEDU ritiene che la decisione di rinviarlo dalla Svizzera ha violato il divieto alla tortura come sancisce l’articolo 3 della Convenzione. Si ritiene che la Svizzera non ha verificato a sufficienza l’incolumità del richiedente in relazione alla sua omosessualità in caso di rinvio nel suo paese d’origine. La CEDU rimprovera in particolare la Svizzera di non aver verificato se le autorità locali sarebbero state disponibili ed in grado di contrastare eventuali pericoli provenienti da situazioni non governative.

L’Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati (OSAR) accoglie molto favorevolmente questa sentenza e ritiene che per decidere sul rinvio non è sufficiente valutare solo la situazione giuridica e l’applicazione della legge di un paese ma bisogna anche verificare se i richiedenti l’asilo sono protetti ed al sicuro nei confronti di qualsiasi forma di pericolo anche non governativo e/o privato. Secondo l’OSAR questo caso illustra le carenze generali della Svizzera in materia d’asilo nei confronti delle persone LGBTQI. L’esistenza di leggi che reprimono l’omosessualità nei paesi d’origine dei richiedenti asilo non è sufficiente per ottenere la protezione in Svizzera. Per poterne beneficiare le persone LGBTQI devono poter rendere credibile che il rinvio nei loro paesi d’origine li espone direttamente in pericolo. Le autorità svizzere nelle loro indagini, partono dal presupposto che le persone LGBTQI non hanno nulla di cui temere nei loro paesi d’origine fintanto che “non si fanno notare” e dissimulano il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. OSAR a più riprese ha criticato questo modo di fare delle autorità svizzere. Secondo le direttive internazionali, l’organizzazione fa notare che non si tratta di determinare se le persone in cerca di protezione possono continuare a vivere “discretamente” nei loro paesi d’origine in caso di ritorno, ma quello che potrebbe succeder loro se la loro identità venisse scoperta. L’OSAR considera l’identità sessuale come parte integrante dell’identità della persona e ritiene che essa non debba in alcuna circostanza essere repressa o messa in discussione.

Per riconoscere i motivi di fuga degli LGBTQI e garantirne i diritti d’asilo dei richiedenti d’asilo LGBTQI, l’OSAR ed altre organizzazioni hanno stilato, un po’ di tempo fa, una guida per i rappresentanti giuridici. Quest’opera contiene anche dei consigli sull’accoglienza, l’alloggio e la cura dei richiedenti asilo LGBTQI.

Fonte: https://www.osar.ch/publications/news-et-recits/renvoi-dun-gambien-homosexuel-la-cedh-reprimande-la-suisse


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“Controllava tutto di me”

“Controllava tutto di me”

La violenza fisica e quella psicologica nella testimonianza di una donna, vittima per due volte

Due matrimoni: uno segnato dalle botte e l’altro da una forma di maltrattamento psicologico. La violenza contro le donne può manifestarsi in molti modi all’interno di una relazione di coppia. Bruna (che ci ha chiesto di non usare il suo vero nome) è stata due volte una vittima di questo fenomeno. In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha accettato di raccontare quanto ha patito, per spingere altre potenziali vittime a rompere il silenzio.

È stato dopo esserne uscita, per due volte, che la mostra “Parole posate” l’anno scorso ha aperto in lei una nuova breccia. Al centro del lavoro dell’artista ticinese Marco Meier c’era proprio la violenza domestica. Sul libro delle dediche, Bruna aveva lasciato un lungo messaggio firmato, con un suo recapito di posta elettronica. Oggi ci spiega perché e i contorni delle vicende dietro quelle parole.

“Le botte puoi nasconderle agli amici, ai parenti, però non a te stessa. Invece con il maltrattamento psicologico rischi per anni di restare in quella situazione e di non capirla nemmeno” ha spiegato alle Cronache della Svizzera italiana. Il primo marito ha alzato le mani una volta sola ed è bastato per dire basta. Bruna era poco più che ventenne e aveva una figlia di pochi mesi, ha sporto denuncia ed è stata ospite di una casa per mamme in difficoltà. Anni dopo si è risposata e solo dopo alcuni anni di matrimonio si è accorta che le critiche che l’allora coniuge le faceva continuamente, controllandola di continuo, non facevano parte di una relazione sana. Minata nell’autostima, ha avuto risvolti anche fisici. “Mi criticava sempre. Controllava tutto di me. Ti distrugge anche più delle botte, me ne sono resa conto solo dopo aver letto molti libri. Ti fa mettere in dubbio chi sei, quello che sai fare, il tuo valore”.

Romina Lara

Fonte: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/“Controllava-tutto-di-me”-13631263.html?fbclid=IwAR1QCauCARim3HD24ckFMOC7EcuOoRWD8PlIIuyLDqVgztMGuaUGIfJkFK8


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16 giorni di attivismo contro la violenza di genere 25 novembre – 10 dicembre 2020 2

16 giorni di attivismo contro la violenza di genere 25 novembre – 10 dicembre 2020

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Conosciuta come la 16 Days Campaign‘, la campagna 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere promossa dalle Nazioni Unite viene sostenuta da cittadini e organizzazioni in tutto il mondo per promuovere la prevenzione e l’eliminazione della violenza contro le donne e le ragazze.

In vista del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, DAISI (gruppo Donne Amnesty International della Svizzera Italiana) e la Fondazione Diritti Umani uniscono le proprie forze e aderiscono a questa campagna internazionale per dire NO alla violenza di genere.

Mettete anche voi la faccia per dire “Io dico NO! alla violenza sulle donne“: inviateci i vostri selfie taggando @DonneAmnestySvizzera, cambiate la vostra immagine di profilo Facebook e Twitter, usate l’hashtag #25NoV.

Sarà un’azione incentrata sulla sensibilizzazione e sulla necessità di un impegno per mettere in luce il fenomeno e attuare misure per prevenirlo e contrastarlo.

La campagna 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere è un’importante opportunità per evidenziare il problema della violenza di genere, promuovere l’uguaglianza, la non discriminazione e il rispetto dei diritti umani.

Immagine Profilo:

Immagine Cover:

Per informazioni o richieste di interviste:
Gabriela Giuria Tasville, Fondazione Diritti Umani Lugano
079 444 42 81g.giuria@fondazionedirittiumani.ch

https://www.facebook.com/DonneAmnestySvizzera

https://fondazionedirittiumani.ch/

Si può anche aderire alla campagna delle Nazioni Unite, condividendo fotografie, video e messaggi su:
facebook.com/SayNO.UNiTE e twitter.com/SayNO_UNiTE e usando gli hashtag #orangetheworld e #16days.


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La ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti dopo un naufragio nel Mediterraneo

La ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti dopo un naufragio nel Mediterraneo

La nave della ONG Open Arms ha soccorso oltre 100 migranti nel Mediterraneo dopo che l’imbarcazione su cui viaggiavano era affondata. Le operazioni di salvataggio erano cominciate nella tarda mattinata e, secondo la ONG, sono terminate un paio di ore fa. Sono state salvate 111 persone e sono stati portati a bordo anche cinque cadaveri. Un bambino di sei mesi è morto a bordo. Open Arms, su Twitter, ha scritto che aveva chiesto per lei e per altre persone in condizioni gravi «un’evacuazione urgente», che però non è arrivata in tempo. Per ora è impossibile dire se ci siano dispersi. I medici a bordo della nave stanno lavorando per soccorrere i casi più gravi.

Secondo Repubblica, l’imbarcazione era alla deriva da ieri ed era stata identificata da un aereo di Frontex, la guardia costiera europea. La sua posizione (oltre 50 chilometri a nord di Sabratha, in Libia) era stata segnalata a Open Arms. Riccardo Gatti, presidente di Open Arms Italia, ha detto in un video pubblicato su Twitter che l’imbarcazione sarebbe affondata perché avrebbe ceduto il fondo dello scafo.

Secondo Oscar Camps, il fondatore di Open Arms, sulla nave della ONG si trovano attualmente 199 migranti: i 111 salvati oggi più altri salvati ieri. Nella serata di oggi, infine, Open Arms ha soccorso un’altra imbarcazione alla deriva, con 65 persone a bordo.

Fonte: https://www.ilpost.it/2020/11/11/open-arms-migranti-naufragio/


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"Se ignoriamo i diritti umani per essere competitivi, abbiamo perso ogni dignità"

“Se ignoriamo i diritti umani per essere competitivi, abbiamo perso ogni dignità”

Dick Marty si batte in favore dell’iniziativa per imprese responsabili, sottoposta a votazione federale il prossimo 29 novembre. L’ex procuratore e senatore vuole che le società con sede in Svizzera siano chiamate a rispondere di fronte a un tribunale se con le loro attività all’estero hanno violato i diritti umani o inquinato l’ambiente.

Il 29 novembre il popolo svizzero si esprimerà sull’iniziativa “per imprese responsabili”. Il testo propone di aggiungere un articolo nella Costituzione federale affinché le aziende con sede in Svizzera e le ditte da loro controllate rispettino anche all’estero i diritti umani e gli standard ambientali valevoli a livello internazionale.

Il parlamento ha elaborato un controprogetto indiretto che entra in vigore se l’iniziativa viene bocciata alle urne, a meno di un’opposizione tramite referendum. In futuro, le aziende sarebbero così chiamate a stilare rapporti riguardanti le questioni ambientali, i diritti umani e la corruzione. Inoltre, il controprogetto impone degli obblighi di dovuta diligenza in materia di lavoro minorile e dei minerali estratti in zone in conflitto. Tuttavia, non fissa nuove regole per quanto riguarda la responsabilità delle imprese.

Intervista

swissinfo.ch: Signor Marty, le aziende con sede in Svizzera violano spesso i diritti umani o inquinano l’ambiente con le loro attività all’estero?

Dick Marty: La maggior parte delle imprese svizzere si comporta in maniera corretta. Solo una minima parte non rispetta le regole. Tuttavia, il loro comportamento ha un impatto negativo sulla popolazione e sull’ambiente locale. Inoltre, le loro violazioni in materia di diritti umani e ambiente rovinano la reputazione della Svizzera e della sua economia. Non siamo l’unico Paese confrontato con questo problema. Ci sono cause pendenti in Gran Bretagna, Canada, Paesi Bassi e Francia. La Svizzera è però lo Stato con la più alta concentrazione di sedi di multinazionali.

Con la vostra iniziativa è possibile cambiare questo stato di cose?

Nel corso della mia vita ho avuto la fortuna di visitare vari Paesi. A sconvolgermi è stata la constatazione che negli Stati particolarmente ricchi di risorse minerarie si registra il tasso di povertà e di violenza più elevato al mondo e i cittadini non sono protetti dai loro governi. Questa ricchezza è trasferita in Occidente e la popolazione resta a mani vuote. Soprattutto coloro che subiscono dei danni causati dalle multinazionali straniere non hanno la possibilità di rivolgersi alla giustizia perché nel loro Paese non funziona o è corrotta. Due recenti sentenze della Corte suprema britannica vanno proprio nella direzione auspicata dalla nostra iniziativa. Visto che i cittadini della Zambia non hanno accesso alla giustizia, è giusto che possano chiamare in giudizio per danni la società in Gran Bretagna, dove ha sede la casa madre.

Si tratta di una causa civile che non chiamerebbe in causa la Confederazione. Si tratterebbe di un affare tra un cittadino che ha subito un torto in qualsiasi parte del mondo e l’azienda che ha sede in Svizzera. Le denunce possono riguardare unicamente le violazioni dei diritti umani o degli standard riconosciuti a livello internazionale in materia di protezione dell’ambiente.

Crede che in gioco ci sia anche il buon nome della Svizzera all’estero?

La politica svizzera sembra sia incapace di prevedere i problemi. Ci sono vari esempi: il riciclaggio di denaro sporco, i beni in giacenza, la Swissair, l’UBS e il segreto bancario. Fino alla fine abbiamo sostenuto il regime dell’apartheid in Sud Africa. Eppure c’erano segnali molto chiari dell’imminenza della crisi. Non abbiamo mai reagito in tempo e così l’immagine della Svizzera è stata gravemente compromessa.

È la ragione per cui mi indigno oggi, tenendo anche conto che l’ONU, l’OCSE e il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa chiedono agli Stati di adottare misure legislative per rendere responsabili le società multinazionali per le loro attività ovunque nel mondo. Per essere sostenibile, un’economia non può perseguire solo il profitto. Martin Luther King ci ha ricordato che “un’ingiustizia commessa in qualsiasi parte del mondo è una minaccia per la giustizia ovunque”.

Fonte: https://www.swissinfo.ch/ita/votations-du-29-novembre—entreprises-responsables_-se-ignoriamo-i-diritti-umani-per-essere-competitivi–abbiamo-perso-ogni-dignità-/46135208


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Hate Speech e COVID-19: la pandemia dell’odio online

Hate Speech e COVID-19: la pandemia dell’odio online

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La pandemia di COVID-19 ha dato vita, fin dal principio, ad una nuova ondata di incitamento all’odio e con esso, di discriminazione. Il discorso d’odio che proviene dal COVID-19 comprende una vasta gamma di espressioni denigratorie antisemite, in particolare contro cinesi e asiatici individuati come colpevoli di quanto sta avvenendo a livello globale. In relazione a questo, Fernand de Varennes, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le Minoranze, ha affermato, nel cuore dell’emergenza sanitaria, come la pandemia di COVID-19 non sia solo una problematica sanitaria, ma anche un virus che incentiva la xenofobia, l’odio e l’esclusione. Human Rights Watch riprende quanto detto da de Varennes, sostenendo che tale problematica peggiori dal momento che, spesso, gli stessi leader politici incoraggiano, direttamente o indirettamente, l’odio e il razzismo, utilizzando una retorica “anti-Cinese”.

Questa scheda mira ad analizzare e testimoniare questo aumento repentino dei casi di hate speech contro cinesi e asiatici, e come la cosiddetta tossicità dell’ internet stia “contagiando” bambini e adolescenti. Inoltre, verranno ripercorse le raccomandazioni che le Nazioni Unite hanno stilato per garantire che la preoccupazione del diffondersi e dell’uso dell’hate speech venga affrontata in modo efficace, sia a livello nazionale che globale, assicurando una risposta completa alla pandemia di COVID-19.

L1ght, una start-up dell’AI (Start-up nel mercato dell’Intelligenza Artificiale) nata nel 2018 che rileva e filtra i contenuti tossici online per proteggere i bambini, ha registrato un aumento del 900% nel fenomeno dell’hate speech nei confronti dei cinesi, e del 40% nella tossicità online tra adolescenti e bambini. Nello studio intitolato “Rising Levels of Hate Speech & Online Toxicity During This Time of Crisis”, L1ght attribuisce l’aumento dell’incitamento all’odio online al fatto che sempre più persone siano, a causa della pandemia, costrette in casa, avendo quindi più tempo da spendere online. La start-up riporta quindi:

  • Una diffusione di tweets contenenti hate speech, principalmente contro i cinesi e più in generale contro gli asiatici. Chi incita all’odio approfitta dell’incertezza e della crescente tensione che dominano in questo periodo per suscitare comportamenti discriminatori, utilizzando un linguaggio di esplicita accusa contro gli asiatici. Tra gli Hashtags più comuni, L1ght individua #chinaliedpeopledied, #kungflu, #communistvirus, #Whuanvirus, #chinesevirus.

Figura 1. Tweet #ChinaLiedPeopleDied

Figura 2. Tweet #chinaliedpeopledied, #kungflu, #communistvirus, #Whuanvirus, #chinesevirus

  • Una maggiore ricerca di siti che diffondono l’odio in rete. In particolare, L1ght registra un aumento del 200%.
  • Una crescita del 70% dell’hate speech tra gli adolescenti e i bambini.
  • Una crescita della tossicità online fra i “gamers” del 40%.

A maggio 2020, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato, infatti, un appello contro l’hate speech, in cui richiede uno sforzo globale a leader politici, istituzioni educative, media e attivisti della società civile, per mettere fine all’incitamento all’odio. In particolare, egli si rivolge ai leader politici chiedendo di mostrare solidarietà nei confronti dei membri della società e di costruire così un clima di coesione sociale. Alle istituzioni educative, invece, chiede di garantire a bambini e ragazzi un’alfabetizzazione digitale. Ai media richiede un maggiore controllo dei contenuti messi in rete, mettendo in pratica un processo di censura di tutti quei contenuti razzisti, misogini e quindi dannosi. Infine, Guterres spinge la società civile a svolgere un lavoro maggiore nel raggiungere le persone più vulnerabili. Con questo obiettivo, le Nazioni Unite hanno quindi redatto un documento intitolato “United Nations Guidance Note on Addressing and Countering COVID-19 related Hate Speech” pubblicato in data 11 Maggio 2020. Questo documento parte proprio dalla premessa che fin dall’inizio della pandemia, individui considerati etnicamente cinesi o asiatici, o coloro che appartengono ad una determinata minoranza religiosa o etnica, migranti e stranieri siano stati accusati e diffamanti per la diffusione del virus.

Fonte: https://unipd-centrodirittiumani.it/it/schede/Hate-Speech-e-COVID-19-la-pandemia-dellodio-online/456


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