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Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati

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Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati

Il 19 giugno si celebra la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sessuale nei conflitti armati, voluta dalle Nazioni Unite per combattere questo crimine brutale, che colpisce principalmente donne e ragazze, ma che viene perpetrato anche contro uomini e ragazzi. Nel suo ultimo rapporto su questo dramma, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha ricordato l’importanza della Risoluzione 1325 (2000), la prima risoluzione in assoluto che menziona esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne ed il contributo delle stesse nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole.

La pandemia, purtroppo, ha messo in evidenza l’insufficienza dei progressi raggiunti, spesso a fatica, in questo campo e ha amplificato la disuguaglianza di genere, che spesso è una delle cause alla radice della violenza sessuale nei conflitti armati, ma anche in tempo di pace. Come ha rimarcato Guterres, quanto accaduto in Etiopia, durante il conflitto nel Tigray, testimonia come la violenza sessuale sia ancora utilizzata come “una tattica di guerra e tortura” in quei contesti in cui si sovrappongono crisi umanitaria e di sicurezza.

Sebbene molti sforzi in questo senso siano stati fatti, come la creazione di un apposito ufficio del Segretariato Generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale associata a situazioni di conflitto e di un network di agenzie internazionali impegnate su programmi paese specifici, il fenomeno continua di fatto ad essere sottostimato, complice anche il senso di vergogna che impedisce alle vittime e ai sopravvissuti di denunciare quello che hanno subito, rendendo di conseguenza molto difficile la raccolta dei dati per ogni teatro di conflitto.

A livello internazionale sempre più si sta rafforzando un movimento di opinione, nato dalla società civile, per contrastare in tutti i modi possibili questo crimine e per sostenere le vittime da esso causate.

Fonte: https://www.adnkronos.com/giornata-internazionale-per-leliminazione-della-violenza-sessuale-nei-conflitti-armati_6UFxzclzME3JgWHeoSX5ad?refresh_ce

https://unipd-centrodirittiumani.it/it/news/Nazioni-Unite-Giornata-internazionale-contro-la-violenza-sessuale-nei-conflitti-armati/5217


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La Terra deve essere al centro di qualunque nostra pianificazione

La Terra deve essere al centro di qualunque nostra pianificazione

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Messaggio del Segretario Generale per la Giornata Mondiale contro la Desertificazione e la Siccità

 “L’umanità sta conducendo una guerra contro la natura, incessante e autolesionista.

Si impoverisce la biodiversità mentre aumenta la concentrazione di gas a effetto serra, e l’inquinamento è ormai ovunque, dalle isole più remote alle vette più impervie.

Dobbiamo fare pace con la natura.

La terra può essere il nostro migliore alleato. Ma è una terra che soffre.

Il degrado del suolo causato dal cambiamento climatico e dall’espansione di agricoltura, città e infrastrutture minaccia il benessere di 3,2 miliardi di persone.

Esso danneggia la biodiversità e permette l’insorgere di malattie infettive quali il COVID-19.

La riconversione di terre degradate permetterebbe di rimuovere il carbonio dall’atmosfera e aiuterebbe comunità vulnerabili ad adattarsi al cambiamento climatico. Ciò potrebbe inoltre generare 1400 miliardi di dollari aggiuntivi in termini di produzione agricola annuale.

L’aspetto migliore è che tale riconversione è semplice, economica e accessibile a tutti.

Si tratta di uno dei modi più democratici e favorevoli ai poveri di accelerare il progresso verso il conseguimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Quest’anno segna l’avvio del Decennio ONU sul Ripristino degli Ecosistemi.

In occasione di questa Giornata, mettiamo la terra al centro di qualunque nostra pianificazione.”

La Svizzera e la lotta alla desertificazione

Nel 1996, la Svizzera ha ratificato la «United Nations Convention to Combat Desertification» (UNCCD), la Convenzione dell’ONU per la lotta alla desertificazione, lanciata nel 1994 dopo il vertice della Terra di Rio de Janeiro.

Circa un quarto della superficie della Terra si deve confrontare con il problema della siccità, e delle sue conseguenze quali carestia, povertà e movimenti di migranti.

La Svizzera è attiva nel campo della lotta alla desertificazione fin dagli anni 80, attraverso l’aiuto allo sviluppo che mira a innescare processi sostenibili e gestibili autonomamente.

L’aiuto allo sviluppo si basa sulla collaborazione con autorità locali, istituzioni, organizzazioni non governative (ONG) e direttamente con la popolazione locale.
Andri Bisaz, della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), l’organismo ufficiale svizzero di aiuto allo viluppo, è responsabile per i contatti della DSC con la Commissione per la lotta contro la desertificazione.
«Per la giornata internazionale non ci sono azioni particolari. Ma ovviamente continuiamo a impegnarci contro la desertificazione nell’ambito dei nostri progetti», conferma Bisaz.

Tra il 1997 e il 2000, la DSC ha speso quasi 166 milioni di franchi per la cooperazione bilaterale. Fondi che sono andati in Africa (nella misura del 43 percento), in Asia (38 percento) e nell’America centrale (19 percento).

Fonte: https://unric.org/it/messaggio-del-segretario-generale-per-la-giornata-mondiale-contro-la-desertificazione-e-la-siccita/

https://www.swissinfo.ch/ita/lotta-contro-la-desertificazione/3362518

Fonte immagine : https://www.efanews.eu/resource/13912-suolo.html


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Lavoro minorile, nel mondo 152 milioni di bambini vittime dello sfruttamento

Lavoro minorile, nel mondo 152 milioni di bambini vittime dello sfruttamento

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Save The Children li defininisce “Piccoli schiavi invisibili”. Nel mondo ci sono ancora oggi 152 milioni i bambini vittime di lavoro minorile. Metà di essi, 73 milioni, sono costretti in attività di lavoro pericolose che mettono a rischio la salute, la sicurezza e il loro sviluppo morale. Sono vittime di sfruttamento sessuale, lavorativo o accattonaggio forzato. 

In tutto il mondo la crisi innescata dal Covid-19 ha peggiorato la situazione del lavoro minorile. Per questo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in collaborazione con il partenariato mondiale dell’Alleanza 8.7, ha lanciato il 2021 Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di incoraggiare azioni legislative e politiche finalizzate a prevenire e contrastare il minorile nel mondo. La risoluzione che proclama il 2021 come Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile è stata adottata all’unanimità dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2019 per sollecitare i governi ad adottare le misure necessarie per promuovere il lavoro dignitoso e raggiungere l’Obiettivo 8.7 previsto dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile. Tale obiettivo chiede agli Stati membri di adottare misure immediate ed efficaci per eliminare il lavoro forzato, porre fine alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani, garantire la proibizione e l’eliminazione delle forme peggiori di lavoro minorile (compreso il reclutamento e l’uso di bambini-soldato) e di porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme entro il 2025.

Fonte: https://www.repubblica.it/economia/2021/03/01/news/lavoro_minorile_nel_mondo_152_milioni_di_bambini_vittime_dello_sfruttamento-289742007/#:~:text=Nel%20mondo%20ci%20sono%20ancora,sessuale%2C%20lavorativo%20o%20accattonaggio%20forzato


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Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021: serve un’azione urgente per il ripristino dell’ecosistema

Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021: serve un’azione urgente per il ripristino dell’ecosistema

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Dalla prima Giornata Mondiale dell’Ambiente nel 1974, l’evento è cresciuto fino a diventare una piattaforma globale per la sensibilizzazione pubblica sul tema dell’ambiente in oltre 100 Paesi.

La Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021 è ospitata dal Pakistan e ha come tema il “Ripristino dell’Ecosistema” nell’ambito della campagna “Reimagine. Recreate. Restore.” Quest’anno, la Giornata servirà anche per il lancio ufficiale del Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema 2021-2030. Gli hashtag ufficiali della Giornata sono #GenerationRestoration e #WorldEnvironmentDay.

Ripristino dell’Ecosistema

Quest’anno, la Giornata Mondiale dell’Ambiente sollecita un’azione urgente per far rivivere i nostri ecosistemi danneggiati.

Gli esseri umani stanno perdendo e distruggendo le fondamenta della propria sopravvivenza a un ritmo allarmante. Più di 4,7 milioni di ettari di foreste (pari a un’area più grande della Danimarca) vengono persi ogni anno.

Di conseguenza, la perdita dell’ecosistema sta privando il mondo di pozzi di assorbimento del carbonio come le foreste e le torbiere. Le emissioni globali di gas serra sono cresciute per tre anni consecutivi e il pianeta è sulla strada verso un cambiamento climatico potenzialmente catastrofico.

Riducendo l’habitat naturale per la fauna selvatica, abbiamo creato le condizioni ideali per il diffondersi degli agenti patogeni, compresi i coronavirus, come dimostrato dal COVID-19.

Fonte: https://unric.org/it/giornata-mondiale-dellambiente-2021-serve-unazione-urgente-per-il-ripristino-dellecosistema/


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Legge terrorismo, il giurista Schweizer: ‘Sono disgustato’

Legge terrorismo, il giurista Schweizer: ‘Sono disgustato’

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Ha vigilato per anni sugli abusi dei servizi segreti. Secondo lui la legge in votazione il 13 giugno apre la porta ad arbitri senza precedenti

«Sono inorridito». Il professor Rainer Schweizer osserva da una vita i conflitti tra libertà personale e poteri di polizia, e dopo aver setacciato il testo della nuova legge contro il terrorismo non usa mezzi termini: «Questa legge conferisce poteri esorbitanti ai servizi segreti e alla Fedpol, poteri di intervento preventivo svincolati dal controllo immediato di ogni altra autorità». Un’opinione particolarmente pesante, sapendo che il professore emerito di Diritto pubblico è stato dal 1993 al 2006 presidente della Commissione federale per la protezione dei dati. Trattando decine di ricorsi ha quindi visto coi suoi occhi errori e abusi del ‘Servizio delle attività informative’ (Sic), che ora teme possano moltiplicarsi.

Ricapitolando: la legge conferisce a queste autorità la possibilità di obbligare i sospetti terroristi a colloqui preventivi e/o periodici, di limitarne la libertà di movimento e viaggio e di espellerli se sono stranieri. Il tutto a partire dai 12 anni e senza l’autorizzazione di un giudice, necessaria solo per arresti domiciliari. Cosa potrebbe andare storto?

Intanto, parlo per esperienza: il lavoro di sorveglianza dei cittadini da parte del Sic è stato sempre molto discutibile, perfino prima che vi si aggiungesse l’intervento nella sfera digitale. Anche senza scomodare grandi scandali come quello delle schedature, ho dovuto riscontrare molte volte la raccolta di informazioni sbagliate o fasulle, gli scambi di dossier, un modo di procedere irrispettoso del diritto. Mi è capitato ad esempio di chinarmi due volte sullo stesso caso e vedermi presentati due faldoni completamente diversi, o di constatare l’osservazione di persone che non c’entravano assolutamente nulla col terrorismo: un avvocato ‘colpevole’ solo di avere difeso degli imputati delle Brigate Rosse era ancora schedato e sorvegliato dopo un quarto di secolo; i dati di una persona con immunità diplomatica sottratti illegalmente sono finiti nelle mani del Sic che li ha usati per anni, anche dopo che la procuratrice federale Carla Del Ponte ne aveva disposto la distruzione. È legittimo temere che a maggiori poteri corrisponderanno maggiori abusi.

Fonte: https://www.laregione.ch/svizzera/svizzera/1514988/legge-sic-terrorismo-abusi-anni-stato-schweizer


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MPT e profilazione razziale

MPT e profilazione razziale

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Quando la sicurezza a ogni costo stigmatizza le minoranze

In seguito all’omicidio dell’afroamericano George Floyd, migliaia di persone in diverse città del mondo sono scese in piazza contro il razzismo e gli abusi di potere da parte della polizia. L’ondata di proteste ha toccato anche il nostro paese e nell’ultimo anno si sono tenute manifestazioni a Berna, Losanna, Zurigo, Lucerna.

Anche se la situazione in Svizzera non è lontanamente paragonabile a quella degli Stati Uniti per numero e tipologia di casi accertati, non siamo esenti da critiche. Secondo Swissinfo sono tre gli interventi di polizia nel corso dei quali i fermati sono deceduti: un congolese ucciso da un poliziotto nel Canton Vaud nel 2016, un gambiano arrestato per errore e morto in cella nel 2017, un nigeriano immobilizzato e tenuto premuto a terra a Losanna nel 2018.

Kanyana Mutombo, segretario generale dell’organizzazione “Carrefour de réflexion e action sur le racisme anti-Noir” (CRAN), afferma che i neri sono spesso vittime di profiling, ovvero controlli di identità e perquisizioni da parte della polizia in base all’appartenenza razziale. Un rapporto della Commissione Federale contro il Razzismo ha rilevato come un terzo delle persone interessate siano di origine africana, seguite da persone provenienti da Kosovo, Serbia e Turchia, discriminate a seconda della presunta origine straniera.

Stefan Blättler, presidente della Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali (CCPCS), sostiene invece che gli interventi degli agenti sono “sempre strettamente regolamentati” e che la formazione dei poliziotti prevede momenti di sensibilizzazione contro la discriminazione razziale.

La profilazione razziale rappresenta una criticità di tipo strutturale lungi dall’esser risolta, nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite a considerare maggiormente diritti umani e questioni etiche quando si addestrano le nuove leve.

Questa tematica rientra nelle discussioni per la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT), oggetto di referendum e in votazione il prossimo 13 giugno, la quale vorrebbe concedere più strumenti nella prevenzione degli attentati.

Nonostante due soli attacchi terroristici su territorio elvetico, di cui uno ancora presunto, e l’immagine di paese tra i più sicuri al mondo, la Confederazione ritiene che la minaccia resti elevata e che siano necessarie nuove misure.

Giovani Verdi liberali, Giovani Verdi, Gioventù socialista (Giso), Partito Pirata, la piattaforma di organizzazioni non governative svizzere, nonché l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite e la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa hanno criticato apertamente il testo della legge antiterrorismo. Così redatto, infatti, presenta numerose disposizioni che potrebbero rappresentare delle vere e proprie violazioni dei diritti umani, a partire dalla privazione arbitraria della libertà sulla cultura del sospetto (proibita dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo) e della sua applicazione su minori (contravvenendo alla Convenzione sui diritti dell’infanzia).

Secondo Amnesty International Sezione Svizzera il progetto prevede una serie di misure preventive “sproporzionate, perché sono molto restrittive e applicate sulla base di semplici sospetti” e rischia di stigmatizzare parte della popolazione a causa della provenienza etnica o delle sue idee politiche.

Le limitazioni dei diritti fondamentali e umani garantiti dalla Costituzione federale, la definizione di organizzazione terroristica vaga e imprecisa, gli arresti domiciliari per qualsiasi cittadino sulla base di soli indizi, la mancata separazione dei poteri e l’aggiramento del controllo giudiziario, risultano problematici a causa dell’ampio margine di discrezionalità che verrebbe dato alla Fedpol: quest’ultima potrebbe agire basandosi su ipotesi e interpretazioni personali totalmente o in parte arbitrarie.

La polizia ha sempre assunto la funzione di custode dell’ordine, proteggendo i deboli, prevenendo e reprimendo i reati. Un corpo distinto all’interno della società verso il quale i cittadini, tutti, indistintamente, dovrebbero riporre fiducia e sentimenti positivi. L’eventuale adozione delle MPT, però, potrebbe minare la tutela della popolazione, in un rischio di deriva per lo Stato di diritto che si vorrebbe preservare.

Fonte: https://www.swissinfo.ch/ita/economia/profilazione–discriminazione–anche-in-svizzera-esiste-il-razzismo-strutturale/45815164?utm_campaign=swi-rss&utm_source=gn&utm_medium=rss&utm_content=o


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La libertà d'opinione messa a rischio

La libertà d’opinione messa a rischio

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Le ambiguità contenute nel disegno di legge antiterrorismo, destano significative preoccupazioni a livello nazionale ed internazionale. L’adozione di definizioni eccessivamente ampie di terrorismo in apposite leggi volte a contrastarne il fenomeno, pone il rischio, laddove tali leggi e misure limitino il godimento dei diritti e delle libertà, di violare i principi di necessità e proporzionalità che disciplinano l’ammissibilità di qualsiasi restrizione ai diritti umani. Questo è il caso del disegno di legge che sarà sottoposto a votazione referendaria il 13 giugno, nel quale è contenuta una definizione di terrorismo vaga e approssimativa. 

L’art. 23e del testo di legge stabilisce infatti che siano da considerarsi attività terroristiche le “azioni tendenti ad influenzare o modificare l’ordinamento dello Stato che si intendono attuare o favorire commettendo o minacciando di commettere gravi reati o propagando paura e timore”. Inoltre, la legge descrive come “potenziale terrorista” colui che, sulla base di indicatori “concreti ed attuali” si “suppone” compirà atti terroristici. 

La presenza di termini elusivi come “si suppone” o la mancanza di una specifica elencazione degli “indicatori concreti ed attuali” rende tali definizioni nebulose e generiche, inadatte ad uno stato di diritto poiché inclini ad incoraggiare un’applicazione arbitraria della legge. Non si può infatti escludere che tale base normativa possa porre i presupposti per interpretare e punire quali “attività terroristiche” anche atti leciti volti ad influenzare o modificare l’ordine costituzionale, come ad esempio il giornalismo indipendente o l’operato dei gruppi di pressione o degli attivisti politici. 

In mancanza di una definizione esauriente ed universalmente concordata di terrorismo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha in più occasioni ribadito che le leggi e le politiche antiterrorismo devono essere circoscritte ai reati che corrispondono alle caratteristiche riconducibili alla lotta al terrorismo internazionale come identificato dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1566 del 2004. Quest’ultima definisce “terroristici” quegli atti criminali, in particolare quelli diretti contro i civili, che abbiano l’intento di causare morte o lesioni gravi o presa di ostaggi allo scopo di seminare terrore tra la popolazione, o un gruppo di persone, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere un atto o ad astenersi dal farlo. 

Dopo una prima lettura delle caratteristiche sopracitate, appare immediatamente chiaro che il disegno di legge proposto dal Parlamento e dal Consiglio Federale non rispetti affatto le linee guida identificate dalla comunità internazionale, poiché non lega la definizione di terrorismo al compimento di attività criminali o all’uso della forza. Si tratta di una definizione anche più ampia di quella ai sensi dell’articolo 260 dello stesso codice penale svizzero, che definisce terrorismo come “atti di violenza criminali volti a intimidire la popolazione o a costringere uno Stato o un’organizzazione internazionale a fare o ad omettere un atto”. 

In mancanza del nesso tra nozione di terrorismo e atto criminale, l’esercizio della libertà di espressione potrebbe essere compromesso. In questo senso, la Confederazione corre ad oggi il tangibile rischio di instituire un modello per la soppressione autoritaria della dissidenza politica, ancor più qualora si consideri che, tranne nel caso degli arresti domiciliari, spetterà alla polizia federale ordinare ed eseguire le misure elencate nel provvedimento legislativo, senza il controllo di un organo giudiziario.

Non essendo espressamente definiti dalla legge quali siano gli “indizi concreti e attuali” che porterebbero la polizia federale a supporre che un individuo possa essere considerato terrorista e quindi sottoposto alle apposite misure atte a prevenirne l’attività, attivisti politici, giornalisti nonché la società civile in senso lato, potrebbero essere dissuasi dall’esprimersi liberamente, limitandosi nelle ricerche online per paura che esse vengano catalogate ed operando una azione di autocensura con un effetto paralizzante sullo sviluppo della comunità intellettuale e di una società civile libera ed informata. Il disegno di legge prevede invero che la fedpol e le competenti autorità cantonali possano trattare dati personali di “potenziali terroristi” degni di particolare protezione, come i dati concernenti le opinioni o attività religiose e filosofiche. 

La lacunosità della legge e il suo potenziale effetto sulla libertà di espressione viola inoltre diverse disposizioni contenute in trattati internazionali di cui la Svizzera è firmataria, in specie: l’art. 19 (libertà di opinione e di espressione) e l’art. 18 (libertà di pensiero, coscienza e religione) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, l’art. 9 (libertà di pensiero, coscienza e religione) della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, nonché l’art. 13 (libertà di formare delle opinioni e di esprimerle) e l’art. 14 (libertà di pensiero, di coscienza e religione) della Convenzione dei Diritti del Fanciullo (ricordiamo infatti che le misure previste dalla legge sono applicabili anche ai minori a partire dal dodicesimo anno di età). 

Le disposizioni sopracitate prevedono che l’esercizio della libertà di espressione non possa essere soggetto ad autorizzazione o censura e che possa essere regolamentato unicamente dalle limitazioni espressamente stabilite dalla legge, cosa che nel caso di specie non avviene in modo adeguato. La sorveglianza di dati sensibili della popolazione sulla base di sospetti da parte di un’autorità amministrativa (la fedpol) in assenza di una procedura penale, favorisce inoltre la creazione di un sistema di giustizia parallelo in cui i cittadini sono privati delle garanzie procedurali che spettano loro.

È impossibile in tal senso non operare un rimando allo scandalo delle schedature del 1989, quando venne alla luce l’imponente sistema di controllo di massa della popolazione messo in piedi dalle Autorità federali e le Forze di Polizia cantonali. Si stima che vennero raccolti fino a 900.000 dossier che segretamente monitoravano le attività, a partire dagli spostamenti, e raccoglievano informazioni riservate di cittadini, organizzazioni, studi legali e gruppi politici prevalentemente di orientamento politico di sinistra. 

Lucia Greco


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Puniti senza processo

Puniti senza processo

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Una parte delle misure previste dalla legge sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT) vengono già applicate in Francia. La proroga di poteri eccezionali, ben oltre il periodo di incertezza seguito agli attentati di Parigi, ha ampiamente contribuito alla messa in atto di queste sanzioni che hanno delle ripercussioni terribili per le persone di cui sono vittime.

Il caso di Joël

Militante ecologista della prima ora, l’impegno di Joël gli è costato gli arresti domiciliari e una sorveglianza costante, ci racconta il suo quotidiano:

Joël Domenjoud, 34 anni, percorre le stradine deserte di Bure (Mosa), con due baguettes sotto il braccio. Militante ecologista della prima ora, Joël si è visto attribuire agli arresti domiciliari al momento della Conferenza di Parigi sul clima, che si è tenuta nel dicembre 2015. Nel momento in cui il governo dichiara lo stato d’emergenza, Joël esce di casa e ha la sensazione di essere seguito. “Ho girato in tondo nel quartiere, qualcuno mi seguiva”, ricorda. Preso dal panico, sale su un bus e smonta il suo telefono. Quando lo riaccende, due ore più tardi, la sua vicina di casa lo chiama, preoccupata: nelle scale della palazzina sono allineati una ventina di poliziotti, che lo cercano. Joël si reca allora al commissariato dove viene informato che, per tre settimane, non potrà uscire da Malakoff, dove abita.

Ogni giorno degli agenti di polizia si alternavano per seguirlo. A volte l’uomo sente che una vettura segue la sua bicicletta per assicurarsi che sarà puntuale in commissariato. “Dovevo presentarmi tre volte al giorno: alle 9, alle 13.30 e alle 19.30”.

Joël trascorre i suoi pomeriggi ad organizzare gli incontri associativi a Malakoff, dedicati alle grandi sfide internazionali legate al clima. Un modo per lui di partecipare, nonostante tutto, all’evento che aspettava da tempo. Ma, a partire dalle 20, deve rinchiudersi in casa.

Amici e parenti temono di chiamarlo o di scrivergli messaggi mail. Chi lo fa ne paga le conseguenze. Una sera, un amico lo avverte che sta per arrivare con “una piccola sorpresa”. Sarà immediatamente perquisito all’uscita dalla metro. Nel suo zaino: una scatola di biscotti.

In un rapporto del ministero degli Interni, il giovane uomo vien dipinto come un “individuo violento” che partecipa a delle manifestazioni che causano un disturbo all’ordine pubblico. Ciononostante, per una sua amica, anche lei militante ecologista, “Joël è il tipo di persona alla quale ci si rivolge quando c’è da risolvere un conflitto. Riesce sempre a calmare gli animi quando si sta per perdere il controllo della situazione”. 

Joël denuncia il carattere diffamatorio del rapporto ministeriale: “Hanno scritto solo di alcuni raduni che sono degenerati, negando tutto il resto della mia vita militante”. È diventato militante no global quando studiava filosofia. È anche stato attivo nel movimento giovanile di Amnesty e ha partecipato alla rete No Border.

In seguito agli arresti domiciliari, Joël non riesce a cancellare dalla memoria le settimane trascorse sotto alta sorveglianza. “Si era rotto qualcosa. Ho sentito il bisogno di trovare un rifugio, un luogo dove la solidarietà trionfasse su tutto il resto”. Nell’agosto 2016 abbandona la vita parigina e si trasferisce a Bure con una trentina di attivisti ecologisti. Piantano patate, cipolle e cereali nei campi dei dintorni per vivere insieme, “costruire un altro modo di vita”.

Qui, in piena campagna, a 300 chilometri da Parigi, il ritmo dei controlli di polizia rimane lo stesso. “La polizia passa mediamente due volte al giorno per registrare i numeri delle targhe delle automobili parcheggiate davanti a casa nostra”, testimonia una persona che condivide la casa con Joël.

Gli abitanti della casa denunciano una pressione quotidiana, sufficientemente discreta per non fare scalpore. “Bisogna vederlo per crederlo”. Joël ritiene che le pressioni da parte della polizia siano molto aumentate dopo la dichiarazione dello stato d’urgenza. “Si instaura la paura come principio di vita, per poter fermare chiunque in qualsiasi momento”, commenta prima di ammettere che si è abituato, anche lui, a questo stato eccezionale.

Alla vigilia di una mobilitazione, lo sa, il suo telefono emetterà dei “rumori bizzarri”. A ogni nuova visita, l’elicottero della gendarmeria volerà sopra la casa. E ogni mattina saluterà l’uomo in uniforme all’angolo della strada, tenendo due baguettes sotto il braccio.

Maggiori informazioni su Joël Domenjoud  

https://www.amnesty.fr/liberte-d-expression/actualites/joel-la-surveillance-au-quotidien


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Caso Floyd: la giuria condanna per omicidio l’ex poliziotto Derek Chauvin.

Caso Floyd: la giuria condanna per omicidio l’ex poliziotto Derek Chauvin.

Colpevole. La giuria del tribunale di Minneapolis ha emesso un verdetto di colpevolezza per l’ex agente di polizia Derek Chauvin, per tutti e tre i reati di omicidio dei quali era stato accusato nel caso di George Floyd. La giuria del tribunale di Minneapolis ha trovato all’unanimità Chauvin responsabile di aver ucciso il 46enne afroamericano Floyd lo scorso maggio, soffocandolo dopo averlo ammanettato. Una decisione attesa da un Paese in grande ansia, in una vicenda-simbolo delle tensioni razziali e delle polemiche sul comportamento della polizia nei confronti della comunità di colore. Giurati, avvocati e accusato sono rientrati nel pomeriggio in aula in vista della lettura del verdetto. Una decisione rapida, meno di due giorni di deliberazioni, che aveva fatto presagire una decisione di colpevolezza. Subito dopo la rapida lettura del verdetto, reato per reato, il giudice ha ringraziato i giurati e li ha congedati.

Harris e le riforme della polizia

Il vicepresidente Kamala Harris ha a sua volta affermato che “il problema dell’ingiustizia sociale non è un problema solo degli americani neri e di colore. E’ un problema di ogni americano. Ci impedisce di rispettare la promessa di libertà e giustizia per tutti e di realizzare il nostro potenziale”. E con Biden ha chiesto un cammino di riforme. La riforma citata della polizia, approvata dalla Camera, vieta tecniche di strangolamenti, crea standard nazionali per le pratiche di ordine pubblico, una banca dati sugli agenti accusati di abusi, revisioni nell’ampia dottrina della “immunità qualificata” che mette i poliziotti automaticamente al riparo da accuse se le loro azioni sono dichiarate in buona e non violano chiaramente diritti costituzionali o stabiliti da statuti. Si chiama George Floyd Justice in Policing Act. Ma è passata senza alcun voto repubblicano e due defezioni democratiche e rimane ferma al Senato.

Polizia nella bufera

La polizia americana è finita particolarmente sotto i riflettori. Per carenze di addestramento, che spesso varia nelle realtà locali e non oltre sei mesi (a Minneapolis dura 16 settimane), periodi molto più ridotti rispetto agli standard europei. Come per una storica cultura di abusi e discriminazione contro le minoranze. I critici sottolineano poi la perdurante tendenza alla militarizzazione delle forze dell’ordine, nelle tattiche e negli arsenali. E una lunga tradizione di impunità per gli agenti accusati di violenza a volte letale. La cronaca ha continuato a riportare episodi di controverso uso di forza letale da parte di agenti, anche nell’area metropolitana di Minneapolis: nei giorni scorsi il 20enne afroamericano Daunte Wright è stato ucciso da un agente per una infrazione al codice stradale nel sobborgo di Brooklyn Central. L’agente ha sostenuto di aver usato per errore la pistola invece del taser.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/caso-floyd-conto-rovescia-il-verdetto-paese-allarme-AEUZiTC?refresh_ce=1

Fonte immagine: https://www.einsteinvimercate.edu.it/blog/click/judge-jury-and-executioner-george-floyd-e-la-questione-americana/


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Economia circolare in Svizzera 1

Economia circolare in Svizzera

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L’economia circolare si contraddistingue per il fatto che le materie prime vengono utilizzate in modo efficiente e il più a lungo possibile. Se si riesce a chiudere il ciclo dei materiali e dei prodotti, le materie prime possono continuare a essere riutilizzate – a beneficio non solo dell’ambiente, ma anche dell’economia svizzera.

Definizione di economia circolare

L’economia circolare, chiamata anche «circular economy», si differenza dai processi produttivi lineari tuttora diffusi. In un sistema economico di tipo lineare, si lavorano le materie prime e si fabbricano, vendono, consumano e gettano prodotti (cfr. grafico seguente). È un modus operandi che comporta scarsità di materie prime, emissioni, ingenti quantità di rifiuti e il conseguente inquinamento ambientale.

Figura 1: Rappresentazione schematica del sistema economico lineare
© UFAM

Nell’economia circolare, invece, i prodotti e i materiali vengono mantenuti all’interno del ciclo (frecce verdi nel grafico sottostante), per cui si consumano meno materie prime primarie rispetto a un sistema economico lineare. Al contempo, il valore dei prodotti si conserva più a lungo nel tempo e si generano meno rifiuti.

L’economia circolare rappresenta un approccio integrato che tiene conto dell’intero ciclo: dall’estrazione delle materie prime alla progettazione, fabbricazione e distribuzione di un prodotto, fino alla sua fase di utilizzo – che dev’essere quanto più lunga possibile – e al riciclaggio. Per far sì che prodotti e materiali rimangano all’interno di questo circuito, occorre un cambiamento di mentalità da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Rappresentazione schematica dell’economia circolareFigura 2: Rappresentazione schematica dell’economia circolare
© UFAM

L’economia circolare in Svizzera

Sin dalla metà degli anni Ottanta la Svizzera, nazione povera di materie prime, persegue una politica volta alla realizzazione di un’economia circolare – e da allora è riuscita a chiudere, almeno in parte, alcuni cicli. Nel 2018, ad esempio, dei 17,5 milioni di tonnellate di materiali di risulta quali calcestruzzo, ghiaia, sabbia, asfalto e laterizio, circa 12 milioni sono stati riciclati. Oltre 5 milioni di tonnellate, soprattutto di materiale di demolizione misto, non rientravano ancora in un ciclo di recupero. Sul fronte dei rifiuti urbani, poco più della metà viene raccolto separatamente e riciclato. L’elevata percentuale di riciclaggio della Svizzera, tuttavia, va letta alla luce dell’imponente quantità di rifiuti generata entro i confini nazionali. Non esiste praticamente nazione in cui si registri un simile volume di rifiuti urbani rapportato al numero di abitanti.

C’è ancora parecchio da fare se si vuole rafforzare il principio dell’economia circolare. Fibre tessili, materiali edili, materie plastiche e rifiuti biogeni, ad esempio, in futuro potrebbero essere recuperati in una percentuale maggiore. Da alcuni anni ormai le aziende prendono sempre più in considerazione il principio dell’economia circolare nella loro attività.

Per il buon funzionamento dell’economia circolare, è fondamentale anche il ruolo svolto dai consumatori, che possono contribuire al cambiamento adottando uno stile di consumo sostenibile e utilizzando i prodotti il più a lungo possibile. È altresì compito loro adoperarsi affinché i prodotti vengano maggiormente condivisi, riutilizzati, riparati e ripristinati – e infine anche far sì che quelli non più utilizzabili vengano raccolti e smaltiti in modo differenziato. Un ruolo parimenti centrale nell’evoluzione verso una maggiore economia circolare spetta ai servizi d’acquisto degli enti pubblici federali, cantonali o comunali e ai servizi corrispondenti dell’economia privata.

Fonte: https://www.bafu.admin.ch/bafu/it/home/temi/economia-consumo/info-specialisti/economia-circolare.html


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