Archivio mensile: Febbraio 2021

La Germania condanna uno 007 di Assad per torture

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La Germania condanna uno 007 di Assad per torture

La Germania condanna uno 007 di Assad per torture

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Sentenza storica. La prima contro un elemento del regime siriano grazie all’utilizzo della “giurisdizione universale”

È stato complice dei “crimini contro l’umanità” commessi in Siria. È la storica sentenza pronunciata da un tribunale tedesco nel corso di un processo del tutto atipico: il primo su scala globale a carico di un elemento del regime di Assad. Si tratta di Eyad Al Gharib, 007 siriano, condannato oggi dall’alta Corte di Coblenza a 4 anni e mezzo di detenzione per aver collaborato a forme di tortura e gravissime privazioni di libertà. La procura aveva chiesto per lui cinque anni. Nelle stesse ore è arrivato anche il giudizio per l’uomo ritenuto la massima guida dell’Isis in Germania: Abu Walaa, condannato dalla Corte d’appello di Celle, che dovrà scontare invece 10 anni e mezzo di prigione.

La sentenza sull’agente siriano, scappato in Germania, segna una svolta. Al Gharib, 44 anni, è accusato di aver collaborato all’arresto di 30 persone durante una manifestazione fra il settembre e l’ottobre del 2011. Nel pieno del sollevamento popolare sfociato nella guerra civile che tuttora attraversa il paese, i dissidenti furono portati in un centro dei servizi segreti di Damasco, nominato Al-Kathib, e qui torturati. Ed è la prima volta che un tribunale si pronuncia su un crimine legato alla brutale repressione del regime di Assad. Inizialmente collegato a questo, ma poi separato dai giudici, è ancora in corso invece il processo di Anwar Raslan, 58 anni, che risponde della morte di 58 persone e della tortura di 4.000 detenuti. L’ex colonnello è ritenuto una figura cruciale del sistema di sicurezza del regime di Damasco, e la sentenza per lui non dovrebbe arrivare prima di ottobre. Il giudizio di oggi vuole essere un “segnale” a chi in Siria calpesta sistematicamente i diritti umani, ha spiegato il procuratore capo Jasper Klinge, affermando fra l’altro che la sentenza si fonda sul principio della competenza universale, che permette di perseguire gli artefici di quei crimini, qualsiasi sia la nazionalità e il luogo in cui li abbiano commessi.

Fonte: https://www.laregione.ch/estero/estero/1495206/anni-germania-assad-sentenza-regime

Per approfondimenti:

Convenzione europea sull’imprescrittibilità dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità:

Convenzione imprescrittibilità


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Che cos'è la Giustizia sociale?

Che cos’è la Giustizia sociale?

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La giustizia sociale è un principio di fondo per la coesistenza pacifica e prosperosa dei paesi e tra i paesi. Sosteniamo i principi della giustizia sociale quando promuoviamo l’uguaglianza di genere, i diritti delle popolazioni indegene o dei migranti. Sosteniamo la giustizia sociale quando rimuoviamo le barriere che le persone devono superare a causa del loro genere, dell’età, della razza, dell’appartenenza etnica, della religione, della cultura, o delle disabilità.

Per le Nazioni Unite, il raggiungimento della giustizia sociale per tutti è il punto centrale della missione globale per lo sviluppo e la dignità umana. L’adozione della “Dichiarazione sulla Giustizia sociale per una globalizzazione giusta” (Declaration on Social Justice for a Fair Globalization) dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization – ILO) è solo uno degli esempi più recenti dell’impegno del Sistema dell’ONU per la giustizia sociale. La Dichiarazione si propone di garantire risultati giusti per tutti, attraverso il lavoro, la protezione e il dialogo sociale, e i principi e i diritti fondamentali del lavoro.

Contesto

Il 10 giugno 2008, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha adottato all’unanimità la “Dichiarazione dell’ILO sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta”.  La Dichiarazione rappresenta la terza più importante asserzione dei principi e delle politiche adottate dalla Conferenza internazionale del lavoro dal 1919, anno di Costituzione dell’ILO. Il documento si basa sulla Dichiarazione di Filadelfia del 1944 e sulla Dichiarazione sui Principi e Diritti Fondamentali nel Lavoro del 1998. La Dichiarazione del 2008 esprime la visione contemporanea del mandato dell’ILO nell’era della globalizzazione.

Leggi la Dichiarazione dell’ILO sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta: Declaration on Social Justice for a Fair Globalization

Fonte: https://www.onuitalia.it/giornata-internazionale-della-giustizia-sociale-2/


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Il 2021 è stato dichiarato l'Anno internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile

Il 2021 è stato dichiarato l’Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

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Che cos’è il lavoro minorile: Il lavoro minorile è definito dalle norme internazionali del lavoro come l’attività lavorativa che priva i bambini e le bambine della loro infanzia, della loro dignità e influisce negativamente sul loro sviluppo psico-fisico.
Il lavoro minorile comprende varie forme di sfruttamento e abuso spesso causate da condizioni di povertà, dalla mancata possibilità di istruzione, da situazioni economiche e politiche in cui i diritti dei bambini e delle bambine non vengono rispettati. Esso nega ai bambini il diritto di andare a scuola, la possibilità di giocare e di godere dei loro affetti.

Quali sono le cause del lavoro minorile?

Spesso i bambini sono costretti a lavorare perché la loro sopravvivenza e quella delle loro famiglie dipende dal loro lavoro, perché i loro genitori non hanno accesso a un lavoro dignitoso, i sistemi d’istruzione e protezione sociale sono deboli e perché gli adulti approfittano della loro vulnerabilità. Il lavoro minorile molto spesso è il risultato di convinzioni e tradizioni radicate nelle società come, ad esempio la convinzione che il lavoro sia un bene peri bambini perché li aiuta a crescere e a sviluppare le loro abilità, o la tradizione secondo la quale i bambini debbano seguire le orme dei loro genitori e imparare il loro mestiere in tenera età, e l’esistenza di tradizioni che spingono le famiglie povere a contrarre debiti che vengono riscattati attraverso il lavoro minorile.

Secondo le stime dell’OIL tra il 2000 e il 2016 c’è stata una diminuzione del 38% del lavoro minorile a livello globale. Inoltre quasi 100 milioni di bambini sono stati affrancati dal lavoro minorile negli ultimi 20 anni. Tuttavia la diffusione della pandemia di COVID-19 minaccia di invertire i progressi raggiunti. Per molti bambini e le loro famiglie, la pandemia ha causato l’interruzione dei percorsi di educazione, istruzione e formazione, ha portato a malattie familiari e alla perdita del reddito familiare.

Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

L’iniziativa: L’OIL ha lanciato l’Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile.

La risoluzione che proclama il 2021 come Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile è stata adottata all’unanimità dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 2019 per sollecitare i governi ad adottare le misure necessarie per promuovere il lavoro dignitoso e raggiungere l’Obiettivo 8.7 previsto dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile.

Gli obiettivi principali della risoluzione sono porre fine al lavoro minorile entro il 2025, porre fine al lavoro forzato, al traffico di esseri umani e alla schiavitù moderna entro il 2030, accelerare il progresso per raggiungere questo obiettivo.

Con l’Obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, tutti i Paesi si sono impegnati ad adottare misure immediate per eliminare le peggiori forme di lavoro minorile entro il 2025. L’ILO ha lanciato insieme ai suoi partner l’ “Alleanza 8.7 ”, un’alleanza mondiale per porre fine al lavoro minorile, al lavoro forzato, alla schiavitù moderna e alla tratta degli esseri umani.

Fonte: Organizzazione Internazionale del Lavoro- Anno Internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile

https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—europe/—ro-geneva/—ilo-rome/documents/publication/wcms_768873.pdf


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L'inclusione nell'educazione è prima di tutto un processo 1

L’inclusione nell’educazione è prima di tutto un processo

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L’istruzione inclusiva è per tutti.

L’istruzione inclusiva è comunemente associata ai bisogni delle persone con disabilità e alla relazione tra l’istruzione speciale e quella tradizionale. Dal 1990, la lotta delle persone con disabilità ha condotto a una nuova prospettiva globale sull’inclusione nell’istruzione, portando al riconoscimento del diritto all’istruzione inclusiva nell’articolo 24 della Convenzione ONU del 2006 sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD). Tuttavia, come ha riconosciuto il Commento Generale n. 4 sull’articolo nel 2016, l’inclusione deve avere una portata più ampia. Gli stessi meccanismi escludono non solo le persone con disabilità, ma anche altre a causa di genere, età, povertà, etnia, lingua, religione, stato di migrazione o spostamento, orientamento sessuale o espressione di identità di genere, incarcerazione, credenze e atteggiamenti. Sono il sistema e il contesto che non tengono conto della diversità e della molteplicità dei bisogni, come la pandemia Covid-19 ha messo a nudo. Sono la società e la cultura che determinano le regole, definiscono la normalità e percepiscono la differenza come devianza. Il concetto di barriere alla partecipazione e all’apprendimento dovrebbe sostituire quello di bisogni speciali.

L’inclusione è un processo.

L’educazione inclusiva è un processo che contribuisce al raggiungimento dell’obiettivo dell’inclusione sociale. Definire un’educazione equa richiede una distinzione tra “uguaglianza” e “equità”. L’uguaglianza è uno stato di cose (cosa): un risultato. L’equità è un processo (come): azioni volte a garantire l’uguaglianza. Definire l’educazione inclusiva è più complicato perché processo e risultato sono confusi. E’ necessario pensare all’inclusione come ad un processo: azioni che abbracciano la diversità e costruiscono un senso di appartenenza, radicato nella convinzione che ogni persona ha valore e potenziale, e dovrebbe essere rispettata, indipendentemente dal suo background, capacità o identità. Allo stesso modo l’inclusione può anche essere uno stato di cose, un risultato, che il CRPD e il Commento Generale n. 4 non hanno definito con precisione, probabilmente a causa delle diverse opinioni su quale dovrebbe essere il risultato.

Fonte: Global Education Monitoring Report summary, 2020: Inclusion and education: all means all

https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000373721/PDF/373721eng.pdf.multi


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