Archivio mensile: Aprile 2021

Caso Floyd: la giuria condanna per omicidio l’ex poliziotto Derek Chauvin.

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Caso Floyd: la giuria condanna per omicidio l’ex poliziotto Derek Chauvin.

Caso Floyd: la giuria condanna per omicidio l’ex poliziotto Derek Chauvin.

Colpevole. La giuria del tribunale di Minneapolis ha emesso un verdetto di colpevolezza per l’ex agente di polizia Derek Chauvin, per tutti e tre i reati di omicidio dei quali era stato accusato nel caso di George Floyd. La giuria del tribunale di Minneapolis ha trovato all’unanimità Chauvin responsabile di aver ucciso il 46enne afroamericano Floyd lo scorso maggio, soffocandolo dopo averlo ammanettato. Una decisione attesa da un Paese in grande ansia, in una vicenda-simbolo delle tensioni razziali e delle polemiche sul comportamento della polizia nei confronti della comunità di colore. Giurati, avvocati e accusato sono rientrati nel pomeriggio in aula in vista della lettura del verdetto. Una decisione rapida, meno di due giorni di deliberazioni, che aveva fatto presagire una decisione di colpevolezza. Subito dopo la rapida lettura del verdetto, reato per reato, il giudice ha ringraziato i giurati e li ha congedati.

Harris e le riforme della polizia

Il vicepresidente Kamala Harris ha a sua volta affermato che “il problema dell’ingiustizia sociale non è un problema solo degli americani neri e di colore. E’ un problema di ogni americano. Ci impedisce di rispettare la promessa di libertà e giustizia per tutti e di realizzare il nostro potenziale”. E con Biden ha chiesto un cammino di riforme. La riforma citata della polizia, approvata dalla Camera, vieta tecniche di strangolamenti, crea standard nazionali per le pratiche di ordine pubblico, una banca dati sugli agenti accusati di abusi, revisioni nell’ampia dottrina della “immunità qualificata” che mette i poliziotti automaticamente al riparo da accuse se le loro azioni sono dichiarate in buona e non violano chiaramente diritti costituzionali o stabiliti da statuti. Si chiama George Floyd Justice in Policing Act. Ma è passata senza alcun voto repubblicano e due defezioni democratiche e rimane ferma al Senato.

Polizia nella bufera

La polizia americana è finita particolarmente sotto i riflettori. Per carenze di addestramento, che spesso varia nelle realtà locali e non oltre sei mesi (a Minneapolis dura 16 settimane), periodi molto più ridotti rispetto agli standard europei. Come per una storica cultura di abusi e discriminazione contro le minoranze. I critici sottolineano poi la perdurante tendenza alla militarizzazione delle forze dell’ordine, nelle tattiche e negli arsenali. E una lunga tradizione di impunità per gli agenti accusati di violenza a volte letale. La cronaca ha continuato a riportare episodi di controverso uso di forza letale da parte di agenti, anche nell’area metropolitana di Minneapolis: nei giorni scorsi il 20enne afroamericano Daunte Wright è stato ucciso da un agente per una infrazione al codice stradale nel sobborgo di Brooklyn Central. L’agente ha sostenuto di aver usato per errore la pistola invece del taser.

Fonte: https://www.ilsole24ore.com/art/caso-floyd-conto-rovescia-il-verdetto-paese-allarme-AEUZiTC?refresh_ce=1

Fonte immagine: https://www.einsteinvimercate.edu.it/blog/click/judge-jury-and-executioner-george-floyd-e-la-questione-americana/


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Economia circolare in Svizzera 1

Economia circolare in Svizzera

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L’economia circolare si contraddistingue per il fatto che le materie prime vengono utilizzate in modo efficiente e il più a lungo possibile. Se si riesce a chiudere il ciclo dei materiali e dei prodotti, le materie prime possono continuare a essere riutilizzate – a beneficio non solo dell’ambiente, ma anche dell’economia svizzera.

Definizione di economia circolare

L’economia circolare, chiamata anche «circular economy», si differenza dai processi produttivi lineari tuttora diffusi. In un sistema economico di tipo lineare, si lavorano le materie prime e si fabbricano, vendono, consumano e gettano prodotti (cfr. grafico seguente). È un modus operandi che comporta scarsità di materie prime, emissioni, ingenti quantità di rifiuti e il conseguente inquinamento ambientale.

Figura 1: Rappresentazione schematica del sistema economico lineare
© UFAM

Nell’economia circolare, invece, i prodotti e i materiali vengono mantenuti all’interno del ciclo (frecce verdi nel grafico sottostante), per cui si consumano meno materie prime primarie rispetto a un sistema economico lineare. Al contempo, il valore dei prodotti si conserva più a lungo nel tempo e si generano meno rifiuti.

L’economia circolare rappresenta un approccio integrato che tiene conto dell’intero ciclo: dall’estrazione delle materie prime alla progettazione, fabbricazione e distribuzione di un prodotto, fino alla sua fase di utilizzo – che dev’essere quanto più lunga possibile – e al riciclaggio. Per far sì che prodotti e materiali rimangano all’interno di questo circuito, occorre un cambiamento di mentalità da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Rappresentazione schematica dell’economia circolareFigura 2: Rappresentazione schematica dell’economia circolare
© UFAM

L’economia circolare in Svizzera

Sin dalla metà degli anni Ottanta la Svizzera, nazione povera di materie prime, persegue una politica volta alla realizzazione di un’economia circolare – e da allora è riuscita a chiudere, almeno in parte, alcuni cicli. Nel 2018, ad esempio, dei 17,5 milioni di tonnellate di materiali di risulta quali calcestruzzo, ghiaia, sabbia, asfalto e laterizio, circa 12 milioni sono stati riciclati. Oltre 5 milioni di tonnellate, soprattutto di materiale di demolizione misto, non rientravano ancora in un ciclo di recupero. Sul fronte dei rifiuti urbani, poco più della metà viene raccolto separatamente e riciclato. L’elevata percentuale di riciclaggio della Svizzera, tuttavia, va letta alla luce dell’imponente quantità di rifiuti generata entro i confini nazionali. Non esiste praticamente nazione in cui si registri un simile volume di rifiuti urbani rapportato al numero di abitanti.

C’è ancora parecchio da fare se si vuole rafforzare il principio dell’economia circolare. Fibre tessili, materiali edili, materie plastiche e rifiuti biogeni, ad esempio, in futuro potrebbero essere recuperati in una percentuale maggiore. Da alcuni anni ormai le aziende prendono sempre più in considerazione il principio dell’economia circolare nella loro attività.

Per il buon funzionamento dell’economia circolare, è fondamentale anche il ruolo svolto dai consumatori, che possono contribuire al cambiamento adottando uno stile di consumo sostenibile e utilizzando i prodotti il più a lungo possibile. È altresì compito loro adoperarsi affinché i prodotti vengano maggiormente condivisi, riutilizzati, riparati e ripristinati – e infine anche far sì che quelli non più utilizzabili vengano raccolti e smaltiti in modo differenziato. Un ruolo parimenti centrale nell’evoluzione verso una maggiore economia circolare spetta ai servizi d’acquisto degli enti pubblici federali, cantonali o comunali e ai servizi corrispondenti dell’economia privata.

Fonte: https://www.bafu.admin.ch/bafu/it/home/temi/economia-consumo/info-specialisti/economia-circolare.html


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La decisione del governo giapponese di scaricare in mare l’acqua contaminata ignora i diritti umani e le leggi marittime internazionali

La decisione del governo giapponese di scaricare in mare l’acqua contaminata ignora i diritti umani e le leggi marittime internazionali

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Greenpeace Giappone condanna con forza la decisione del governo guidato dal Primo ministro Suga di disporre lo scarico nell’Oceano Pacifico di oltre 1,23 milioni di tonnellate di acqua reflua radioattiva stoccata in cisterne della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Questa decisione ignora completamente i diritti umani e gli interessi della gente di Fukushima e in generale del Giappone e della parte di Asia che si affaccia sul Pacifico.

La Tokyo Electric Power Company (TEPCO) può dunque avviare lo scarico di rifiuti radioattivi dalla sua centrale nucleare in mare. Secondo quanto è stato anticipato, ci vorranno due anni per preparare lo scarico.

«Il governo giapponese ha ancora una volta deluso i cittadini di Fukushima», dichiara Kazue Suzuki della campagna clima ed energia di Greenpeace Giappone. «Il governo ha preso la decisione del tutto ingiustificata di contaminare deliberatamente l’Oceano Pacifico con acqua radioattiva. Ha ignorato sia i rischi legati all’esposizione alle radiazioni che l’evidenza della sufficiente disponibilità di stoccaggio dell’acqua contaminata nel sito nucleare e nei distretti circostanti. Invece di usare la migliore tecnologia esistente per minimizzare i rischi di esposizione a radiazioni immagazzinando l’acqua a lungo termine e trattandola adeguatamente per ridurre la contaminazione, si è deciso di optare per l’opzione più economica, scaricando l’acqua nell’Oceano Pacifico

Quanto deciso dal governo non proteggerà di certo l’ambiente e trascura l’opposizione su larga scala e le preoccupazioni di cittadini e cittadine di Fukushima, al pari di chi abita in tutto il Giappone. 

I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani – sia nel giugno 2020 che a marzo 2021 – hanno avvertito il governo giapponese che lo scarico dell’acqua nell’ambiente viola i diritti dei cittadini giapponesi e dei suoi vicini, compresa la Corea. Hanno chiesto al governo giapponese di ritardare qualsiasi decisione sullo scarico in mare dell’acqua contaminata fino a quando non sarà finita la crisi del COVID-19 e non si terranno opportune consultazioni internazionali.

Fonte: https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/13459/fukushima-greenpeace-la-decisione-del-governo-giapponese-di-scaricare-in-mare-lacqua-contaminata-ignora-i-diritti-umani-e-le-leggi-marittime-internazionali/

Fonte immagine: https://www.repubblica.it/esteri/2021/04/13/news/giappone_rilascera_acqua_contaminata_fukushima_in_mare-296221153/


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Parigi, catturato il finanziatore del genocidio in Ruanda 1

Parigi, catturato il finanziatore del genocidio in Ruanda

Il miliardario Félicien Kabuga era latitante da 23 anni: fornì alle milizie hutu i soldi per comprare le armi necessarie a massacrare i tutsi. Un milione le vittime nel 1994

Sette volte responsabile del genocidio in Ruanda: più di 800 mila morti in 100 giorni. Tanti sono i capi d’accusa sulla testa di Félicien Kabuga. A 85 anni l’ex miliardario ruandese, condannato nel 1997 per crimini contro l’umanità, è finito in manette dopo 23 anni dalla sentenza.  “L’arresto di Kabuga ricorda che i responsabili del genocidio possono essere ritenuti responsabili anche 26 anni dopo i loro crimini”, ha detto Serge Brammertz, a capo del Meccanismo residuale per i Tribunali penali internazionali (Unirmct) dell’Onu.

L’ex uomo d’affari ruandese, tra i latitanti più ricercati del mondo, si nascondeva sotto falsa identità, con la complicità dei suoi figli, nella periferia di Parigi, ad Asnières-sur-Seine. La sua cattura è riuscita grazie a “un’operazione sofisticata e coordinata con ricerche simultanee in diversi luoghi”.

Covid 19 permettendo, Kabuga sarà portato e giudicato all’Aia, nei Paesi Bassi, presso la Corte penale internazionale (le operazioni del tribunale internazionale per giudicare i crimini in Ruanda sono state sospese nel 2015). Su lui pendono sette capi di imputazione, tutti per genocidio: complicità nel genocidio, istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio, tentativo di commettere genocidio, cospirazione per commettere genocidio, persecuzione e sterminio. E tutti in relazione ai crimini commessi durante il genocidio del 1994 contro i tutsi.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda delle Nazioni Unite, nel 1997 lo dichiarò colpevole di crimini contro l’umanità Nel 2015 i compiti di questo Tribunale sono stati presi in carico dal Meccanismo residuale per i Tribunali penali internazionali, creato appositamente per succedere al Tribunale per il Ruanda e al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia.

Dopo aver contribuito a massacrare migliaia di tutsi a colpi dei machete che lui aveva finanziato (ne vennero acquistati 500 mila in pochi mesi) per armare le milizie paramilitari hutu Interahamwe, Kabuga a giugno 1994 fugge dal Ruanda e tenta di entrare in Svizzera. Non ci riesce, e ripiega sulla Repubblica Democratica del Congo. Da qui continuerà a scappare passando per il Kenya e la Norvegia. In un discorso del 2006, durante la sua visita in Kenya, l’allora senatore Barack Obama accusò il Paese africano di “dare un rifugio sicuro a Kabuga”. Nairobi negò le accuse dell’ex presidente.

Diventato ricco grazie alle piantagioni di té nel Nord, Kabuga negli anni ’90 era uno degli uomini più ricchi del Paese africano, amico e consuocero dell’allora presidente Juvénal Habyarimana, la cui morte scatenò il massacro. Armò le milizie hutu con le sue risorse, e li scatenò a caccia di tutsi e di chiunque li proteggesse, attraverso Radio-Television Libre des Mille Collines, l’emittente di cui era fondatore.

Fonte: https://www.repubblica.it/esteri/2020/05/16/news/catturato_a_parigi_uno_dei_responsabili_del_genocidio_in_ruanda-256827016/


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La Svizzera e il divieto delle mine antiuomo

La Svizzera e il divieto delle mine antiuomo

Le mine antiuomo sono proibite da vent’anni da un trattato internazionale. Anche se Stati importanti come gli USA e la Russia non vi aderiscono, l’accordo ha portato molti progressi, dice Stefano Toscano, direttore del Centro internazionale per lo sminamento umanitario di Ginevra (GICHD)

Cosa hanno portato concretamente il divieto delle mine antipersona e il GICHD? L’organizzazione di esperti, che ha sede in un edificio di vetro rotondo nel quartiere internazionale di Ginevra, sostiene gli Stati colpiti e l’ONU nelle operazioni di sminamento.

Il Centro deve la sua nascita ad un’iniziativa della Svizzera e al contesto propizio alla lotta contro le mine che regnava vent’anni fa. Il 18 settembre 1997, molti Stati hanno deciso di proibire l’uso e la produzione di mine antipersone. La relativa Convenzione è poi stata firmata a Ottawa nel dicembre 1997.

Stefano Toscano è ancora molto preoccupato da gravi conflitti, come in Siria. Lì scoppiano soprattutto cariche esplosive artigianali, costruite dai gruppi ribelli. Inoltre, i conflitti attuali si svolgono essenzialmente nelle città.

Ciò comporta nuove sfide. Ad esempio, è possibile che negli edifici vi siano frigoriferi contenenti esplosivi, che scoppiano quando si apre la porta. Gli sminatori, ovviamente, devono procedere in modo completamente diverso rispetto a quello che fanno con gli esplosivi sepolti nel terreno. Ma, grazie alla Convenzione di Ottawa, la produzione industriale di massa delle mine è praticamente scomparsa.

Il trattato sul divieto delle mine antipersone è stato negoziato al di fuori delle Nazioni Unite. Finora, lo hanno ratificato 162 paesi, tra cui la Svizzera, che è stata tra i primi. Tuttavia, potenze influenti quali Stati Uniti, Russia, Cina, India e Pakistan ne sono rimaste fuori.

Nonostante tutti i successi, non esiste il pericolo che Stati che hanno firmato la Convenzione – come l’Ucraina – utilizzino comunque le mine in caso di guerra? Il diplomatico non lo può escludere completamente, anche se sottolinea che l’Ucraina nega di aver fatto uso di mine. Il direttore del GICHD conclude che si potrebbe forse dire: “in passato, l’uso delle mine era normale, oggi è l’eccezione”.

Fonte: https://www.swissinfo.ch/ita/trattato-di-ottawa_la-svizzera-e-il-divieto-delle-mine-antiuomo-storia-di-successo/43477988


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La pratica carceraria svizzera viola i diritti umani

La pratica carceraria svizzera viola i diritti umani

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La pratica carceraria svizzera viola le Nelson Mandela Rules (Norme di Nelson Mandela) nei settori della detenzione preventiva, dell’isolamento, dell’assistenza sanitaria e del trattamento delle persone con problemi di salute mentale. Questa è la conclusione raggiunta dal Centro svizzero di competenza per i diritti umani (CSDH) in uno studio pubblicato nel settembre 2020

Anche se le Norme Nelson Mandela (RMN) non sono giuridicamente vincolanti come soft law, il che significa che la loro mancata applicazione non è soggetta a sanzioni, esse costituiscono una linea guida politicamente significativa per le autorità, la magistratura e il legislatore. Il fatto che, secondo un’inchiesta della CSDH, le condizioni di detenzione violino le RNM in punti essenziali, rappresenta una grave lacuna nella protezione dei diritti umani in Svizzera.

Nel campo della sanità, la CSDH critica la mancanza di indipendenza del personale sanitario. Contrariamente a quanto raccomandato nella linea guida medico-etica dell’ASSM (paragrafo 12), i servizi sanitari sono regolarmente integrati nell’organizzazione e nella gerarchia delle carceri piuttosto che nel sistema sanitario pubblico. Inoltre, il principio della gratuità dell’assistenza sanitaria previsto dalle RNM (regola 24) non viene applicato. La CSDH chiede quindi l’introduzione di un’assicurazione sanitaria obbligatoria per tutti i detenuti in Svizzera. La Commissione nazionale per la prevenzione della tortura menziona anche questa richiesta nel suo rapporto sulle cure mediche negli istituti per la privazione della libertà (paragrafo 122).

Il CSDH critica anche l’uso della segregazione cellulare. Mentre la professione medica concorda sul fatto che l’isolamento ha effetti negativi sulla salute e sul benessere dei detenuti, l’isolamento è spesso usato in Svizzera, sia durante la detenzione preventiva che come misura disciplinare nel regime di esecuzione delle pene e delle misure. Inoltre, i detenuti considerati pericolosi sono isolati per un periodo indefinito in unità speciali di alta sicurezza. L’isolamento per un periodo di tempo indefinito costituisce sempre una violazione della proibizione della tortura e di altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti (regola 43 (1) (a) NMR), ricorda la CSDH.

Il diritto al contatto con il mondo esterno comprende vari aspetti regolati in diverse disposizioni del CGO. Queste includono regole sull’accesso (articolo 58 e seguenti), la notifica (articolo 68 e seguenti), l’assistenza legale (articoli 61 e 119 (2)) e le possibili restrizioni (articoli 36 e 43 (3)). Secondo il CSDU, le esigenze delle RNM non sono sufficientemente prese in considerazione, soprattutto per quanto riguarda le telecomunicazioni. La regolamentazione dei contatti con il mondo esterno nel diritto svizzero “non sembra essere basata principalmente sui diritti umani o sui diritti fondamentali. Questo vale non solo per l’esecuzione delle sentenze e delle misure, ma anche per la detenzione preventiva. Piuttosto, le telefonate sembrano essere concepite come privilegi che possono essere concessi ai detenuti a discrezione della direzione della prigione”, deplora la CSDH.

L’isolamento di prigionieri mentalmente o fisicamente disabili dovrebbe essere proibito se aggrava la loro condizione (articolo 45(2)). Secondo l’articolo 109, “le persone che non sono penalmente responsabili o in cui una disabilità mentale o un’altra condizione grave è successivamente rilevata, e la loro condizione sarebbe aggravata dalla permanenza in carcere, non possono essere detenute in prigione”. Infine, il CSDH esorta le autorità a intensificare i loro sforzi per garantire un trattamento adeguato dei disturbi mentali in detenzione.

Le misure terapeutiche negli ospedali previste dall’articolo 59 del Codice penale svizzero (CPS) sono al centro della questione. Oggi, quasi un condannato e imprigionato su cinque si trova in questa situazione. Solo le persone con un grave disturbo mentale, cioè i malati gravi, sono interessati da questo regime. Secondo la CSDH, anche con una definizione generosa, gli istituti di correzione e i reparti di psichiatria forense nelle prigioni svizzere non possono essere chiamati “istituzioni psichiatriche”, scrive la CSDH. Il trattamento inadeguato derivante da una sistemazione inadeguata è stato anche recentemente criticato dal Comitato per i diritti umani (paragrafo 38).

Secondo David Mühlemann, capo dell’unità di detenzione di humanrights.ch, è imperativo che tutti i detenuti abbiano in futuro un’assicurazione sanitaria per garantire un’adeguata assistenza sanitaria senza discriminazioni, come ha già chiesto la Commissione nazionale per la prevenzione della tortura. Le varie forme di isolamento nel contesto della privazione della libertà, sia nella detenzione preventiva, come misura disciplinare nel sistema penale o in un particolare ambiente di detenzione, devono essere studiate a fondo. I politici e le autorità devono garantire che questa pratica dannosa per la salute sia usata solo come ultima risorsa e per il minor tempo possibile.

È necessario un ripensamento radicale della situazione delle persone detenute che soffrono di disturbi mentali, in particolare per quanto riguarda le misure terapeutiche previste dall’articolo 59 del codice penale. La soluzione non sta nella creazione di sempre più posti nelle istituzioni, come scelto dalla Confederazione. Prima di tutto, il numero di misure terapeutiche deve essere ridotto. Inoltre, sono necessarie alternative ambulatoriali, come più alloggi protetti. L’alto numero di misure terapeutiche – anche nel campo della microcriminalità – è dovuto alla mancanza di alternative.

Fonte: https://www.humanrights.ch/fr/antennes/detention/pratique-penitentiaire-suisse-viole-droits-humains

Puoi trovare le regole di Nelson Mandela in italiano al seguente link:https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/MandelaRulesITA.pdf


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