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Pari opportunità

Pari opportunità

Nonostante gli sforzi delle istituzioni e l’evoluzione della società, la parità nella vita professionale ed accademica è ancora lontana. Ci sono tuttavia enti e progetti volti a promuovere le pari opportunità e ad aiutare in caso di problemi.

Situazione in Svizzera

Art. 3 della Legge federale sulla parità dei sessi LPar

«Nei rapporti di lavoro, uomini e donne non devono essere pregiudicati né direttamente né indirettamente a causa del loro sesso, segnatamente con riferimento allo stato civile, alla situazione familiare o a una gravidanza.»

Nonostante la LPar sia entrata in vigore nel 1996, la strada verso la parità nel mondo del lavoro è ancora lunga. Ecco le cifre più recenti secondo l’UFU e l’USTAT (dati del 2016):

  • Sei donne su dieci attive professionalmente lavorano a tempo parziale, mentre lo stesso vale solo per due uomini su dieci.
  • Lo scarto salariale è ancora abbastanza importante: nel settore privato una donna guadagna in media il 19,6% in meno rispetto ad un collega uomo, mentre nel settore pubblico lo scarto è del 16,7%.
  • C’è una forte sottorappresentazione delle donne tra i quadri: solo il 3% della direzione e il 4% del consiglio di amministrazione delle imprese svizzere quotate in borsa è composto da donne.
  • La divisione per settore al momento della scelta degli studi universitari è ancora abbastanza marcata (ad es. il 69,4% delle persone che studiano scienze tecniche sono di sesso maschile, mentre nelle scienze sociali e umane sono solo il 29,4%).

Pari opportunità nella vita accademica

La maggior parte delle scuole universitarie svizzere offre servizi di consulenza specializzati in questioni legate alla parità. Mediante misure quali la «politica di genere», le scuole universitarie auspicano di attuare un sistema organizzativo equo e garantire le pari opportunità tra donne e uomini, sia tra studenti sia tra insegnanti.
I dati di contatto delle persone responsabili delle pari opportunità nelle scuole universitarie sono disponibili su gendercampus.ch.

Gran parte delle scuole universitarie pubblica sul proprio sito informazioni inerenti alle pari opportunità: ad esempio, i siti dell’USI (usi.ch) e della SUPSI (supsi.ch) contengono indirizzi, spiegazioni sulle misure adottate e altre informazioni utili. 

Discriminazione e molestie sessuali

Discriminazioni

Se ci si rende conto di stare subendo una discriminazione salariale o a livello professionale a causa del proprio genere, è possibile seguire questi passi:

  • informarsi: www.ebg.admin.ch offre informazioni sulla parità salariale;
  • cercare una soluzione parlandone con il proprio o la propria superiore oppure, se possibile, con la persona responsabile delle pari opportunità all’interno dell’azienda;
  • qualora non si dovesse trovare una soluzione, è possibile rivolgersi a specialisti: consultori, associazioni del personale, sindacati, uffici di conciliazione;
  • in casi gravi è anche possibile avviare una procedura giudiziaria: la procedura davanti a un tribunale cantonale è gratuita, ma non le prestazioni dello studio legale. Durante la procedura e nei sei mesi successivi è garantita la protezione contro il licenziamento pronunciato per ritorsione.

Molestie sessuali

Le molestie sessuali sono comportamenti indesiderati di carattere sessuale che ledono la dignità della persona. Possono provenire da singoli individui o da gruppi (mobbing). A compiere le molestie sessuali possono essere collaboratori e collaboratrici, datori e datrici, partner o clientela.

Esistono diversi tipi di molestia sessuale:

  • commenti sessisti e osservazioni allusive;
  • contatti fisici indesiderati, coazione sessuale o violenza carnale;
  • materiale pornografico nei luoghi di lavoro;
  • abuso di una posizione di potere (ad es. nei confronti di subordinati) per ottenere prestazioni sessuali in cambio di favori o con minacce;
  • persecuzione.

In caso di molestie sessuali, le procedure da seguire sono le stesse che in caso di discriminazioni. Per ulteriori informazioni sull’argomento e sui passi da prendere, si vedano i seguenti siti:

Link utili

In Svizzera ci sono diversi enti o progetti che promuovono la parità nel mondo del lavoro o che sono a disposizione per consulenze o in caso di problemi che possono verificarsi durante la scelta professionale o una volta entrati nel mondo del lavoro (discriminazioni, molestie, ecc.):

Fonte: https://www.orientamento.ch/dyn/show/124596


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Parità fra i sessi c'è ancora molto da fare 1

Parità fra i sessi c’è ancora molto da fare

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A prima vista sembra una cosa semplice: «Uomo e donna hanno uguali diritti.» Questo principio è iscritto dal 1981 nella Costituzione federale e dal 1996 è articolato nella legge sulla parità dei sessi (LPar). Alcuni servizi fanno opera di sensibilizzazione in merito a questa problematica. Finora sono circa mille le persone che hanno deciso di lottare contro una discriminazione che li ha colpiti. Ciononostante sussistono ancora differenze inspiegabili in ambito salariale e per quanto concerne il perfezionamento e la carriera professionale. Come si spiegano? E come fare a eliminarle?

SITUAZIONE AMBIVALENTE

Nel maggio 2018 l’ONU ha assegnato il «Public Service Award» all’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (UFU), premiando quindi l’impegno della Svizzera a favore della parità salariale. Tutto bene? No, poiché proprio nel 2018 il Parlamento ha emanato disposizioni che obbligano determinate imprese a effettuare analisi sulla parità salariale, dato che le attività svolte su base volontaria non hanno manifestamente consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Questi due eventi contrastanti riflettono l’ambivalenza che persiste in questo campo anche a 23 anni dall’introduzione della LPar.

SPERANZE ESAUDITE?

Anche con i 18 nuovi articoli di legge, la lotta contro le singole discriminazioni è tutt’altro che una semplice passeggiata. Nell’economia privata chi si ribella viene facilmente messo alla porta. Nel 2006 il Consiglio federale presenta un primo rapporto sull’efficacia della LPar in cui afferma che, in linea di principio, la legge si è dimostrata valida e che nelle professioni tipicamente femminili le azioni di gruppo hanno modificato la struttura salariale dei Cantoni.

Esprimono invece delusione– per non dire amarezza – le conclusioni della comunità di lavoro che ha esaminato la problematica: nel settore privato la differenza salariale media non ha subito praticamente alcuna modifica e la paura di essere licenziate ha indotto molte donne a rinunciare a intentare un’azione. Anche chi si impegna nella lotta contro le molestie sessuali sul posto di lavoro deve di regola fare i conti con la perdita del posto di lavoro.

STEREOTIPI DI GENERE PROFONDAMENTE ANCORATI

Nel 2016 un secondo bilancio degli specialisti rileva nuovamente aspetti problematici. Le lacune del processo di applicazione sarebbero dovute in primo luogo al fatto che le donne discriminate devono esporsi personalmente affrontando un processo che può anche diventare costoso e nel corso del quale i tribunali di prima istanza tendono a riconoscere come legittimi troppi argomenti addotti per giustificare le differenze salariali. In secondo luogo la discriminazione viene praticata in modo indiretto e inconsapevole in linea con i tradizionali ruoli di genere di cui è intessuta la nostra cultura.

Il Consiglio federale giunge alla conclusione che in questo ambito occorre modificare le condizioni quadro. Per le organizzazioni dei lavoratori ciò significa garantire la trasparenza salariale. Il Consiglio federale chiama quindi in causa le imprese.

ANALISI SALARIALI AL POSTO DI INTERVENTI SU BASE VOLONTARIA

Il Consiglio federale propone di conseguenza che le imprese con oltre 50 collaboratori siano tenute a riesaminare i loro salari a ritmo quadriennale. Al Consiglio nazionale la modifica di legge proposta è controversa. Al momento del voto il Parlamento approva le misure proposte ma innalza la soglia d’applicazione alle sole imprese con oltre 100 lavoratori. Le analisi concernenti la parità salariale dovranno quindi essere effettuate solo dall’1 per cento delle imprese che però impiega il 46 per cento dei lavoratori. Anche se per le imprese in cui emergeranno lacune non sono previste sanzioni, la consigliera federale Sommaruga si dice convinta che «la trasparenza richiesta dalla legge avrà comunque effetto».

Al Consiglio nazionale il dibattito ha evidenziato ripetute oscillazioni fra posizioni scettiche e posizioni ottimiste, come spesso succede nelle discussioni su questo tema. Già nel 2015 la presidente dell’autorità di conciliazione del Cantone di Zurigo Susy Stauber-Moser affermava: «sono fiduciosa che le disparità salariali fra uomini e donne si ridurranno». Ma poco dopo aggiungeva: «avremo ancora bisogno della LPar per lungo tempo».

Fonte: https://www.parlament.ch/it/über-das-parlament/donne-politiche/parità-fra-i-sessi-ancora-molto-da-fare


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SINTESI DEI DIRITTI FEMMINILI IN SVIZZERA

SINTESI DEI DIRITTI FEMMINILI IN SVIZZERA

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L’introduzione del diritto di voto e di elezione alle donne rientra fra i i cambiamenti più importanti intervenuti nel sistema politico della Svizzera dalla fondazione dello Stato federale nel 1848. Il 7 febbraio 1971, il 65,7 per cento degli uomini svizzeri ha votato a favore del diritto di voto e di elezione delle donne. Sino a quel giorno la metà della popolazione svizzera non poteva né eleggere né essere eletta, e nemmeno votare o firmare un referendum. Per oltre un secolo le donne hanno lottato per i loro diritti e sono stati necessari numerosi interventi parlamentari e diverse votazioni popolari per realizzare questo obiettivo.

Nell’autunno del 1971 le Svizzere e gli Svizzeri hanno eletto dieci consiglieri nazionali e una consigliera agli Stati. Già dopo alcuni giorni un’undicesima consigliera nazionale era subentrata a un deputato, che era stato eletto nel Consiglio degli Stati. Da allora la quota delle donne nel Consiglio nazionale è aumentata costantemente: 12 seggi nel 1971, 95 nel 2019.

Fonte: https://www.parlament.ch/it/über-das-parlament/donne-politiche/sintesi-dei-diritti-femminili-in-svizzera

Per approfondimenti:

https://www.parlament.ch/it/über-das-parlament/donne-politiche/quota-donne-potere-politico/quote-di-donne-sotto-la-cupola


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I diritti delle persone con disabilità in formati accessibili

I diritti delle persone con disabilità in formati accessibili

Le persone con disabilità devono conoscere i propri diritti

Nel 2014 si sono celebrati i dieci anni della legge sui disabili (LDis). Nello stesso anno è entrata in vigore in Svizzera la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CDPD). Questi due eventi hanno offerto all’Ufficio federale per le pari opportunità delle persone con disabilità (UFPD) l’occasione per convertire in diversi formati accessibili alle persone con disabilità, in collaborazione con il Centro di competenza per le pubblicazioni ufficiali (CPU) della Cancelleria federale, i più importanti atti giuridici nazionali e internazionali che le concernono.

Nella lingua dei segni

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD)

Numerose persone non udenti hanno come «lingua madre» la lingua dei segni. Per questo motivo spesso faticano a capire testi più complessi scritti e/o letti ad alta voce. I video in lingua dei segni pubblicati in Internet permettono di eliminare le barriere nella comunicazione. Contenuti difficilmente comprensibili diventano così facilmente accessibili anche alle persone non udenti.

In linguaggio semplificato

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) (PDF, 200 kB, 28.07.2015)

Legge sui disabili (LDis) (PDF, 284 kB, 28.07.2015)

Alcune persone faticano a capire le informazioni scritte, ad esempio perché presentano disabilità cognitive o difficoltà di apprendimento. L’uso del linguaggio semplificato permette di produrre testi che possono essere compresi facilmente. Questo tipo di linguaggio si fonda su regole linguistiche e redazionali particolari e su raccomandazioni tipografiche.

Documenti PDF senza barriere

Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) (PDF, 250 kB, 28.07.2015)

Legge sui disabili (LDis) (PDF, 131 kB, 28.07.2015)

Ordinanza sui disabili (ODis) (PDF, 123 kB, 28.07.2015)

Spesso gli screen reader – i programmi che «leggono» lo schermo utilizzati dalle persone non vedenti – non riescono a leggere i documenti PDF, poiché non sono stati redatti nel rispetto delle regole dell’accessibilità. Queste regole, infatti, permettono di produrre un file PDF senza barriere accessibile anche ai non vedenti e agli ipovedenti grazie ad appositi sistemi informatici. Questi sistemi – come il lettore di PDF VIP-PDF Reader concepito per i portatori di handicap visivi – estraggono il testo e lo riproducono su una superficie amichevole per l’utente. Qui può essere visualizzato a piacimento, modificando ad esempio il tipo, lo stile o la dimensione del carattere, il colore del testo o dello sfondo, la spaziatura dei caratteri o l’interlinea.

Fonte: https://www.admin.ch/gov/it/pagina-iniziale/diritto-federale/ricerca-e-novita/10-jahre-behig.html

Cosa vuol dire inclusione delle persone disabili?

Ognuno deve essere trattato in maniera eguale, così che le persone disabili abbiano gli stessi diritti e opportunità delle persone abili.

Chi sono le persone abili? Guarda questo video per scoprirlo.


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Auto Draft

Rinvio di un ragazzo gambiano omosessuale: la CEDU riprende la Svizzera.

In una sentenza emessa recentemente, la Corte europea per i diritti umani (CEDU) critica la Svizzera per aver voluto rinviare un ragazzo gambiano omosessuale. Questa sentenza dimostra chiaramente l’inadeguatezza della prassi che la Svizzera applica nei confronti dei richiedenti asilo LGBTQI.

Nel caso specifico trattasi di un ragazzo gambiano stabilitosi in Svizzera da qualche tempo. Dopo che la sua domanda d’asilo gli è stata negata a più riprese avrebbe dovuto lasciare la Svizzera nel 2018 in seguito alla decisione finale del Tribunale Federale. Nella sua sentenza del 17 novembre 2020 la CEDU ritiene che la decisione di rinviarlo dalla Svizzera ha violato il divieto alla tortura come sancisce l’articolo 3 della Convenzione. Si ritiene che la Svizzera non ha verificato a sufficienza l’incolumità del richiedente in relazione alla sua omosessualità in caso di rinvio nel suo paese d’origine. La CEDU rimprovera in particolare la Svizzera di non aver verificato se le autorità locali sarebbero state disponibili ed in grado di contrastare eventuali pericoli provenienti da situazioni non governative.

L’Organizzazione svizzera per l’aiuto ai rifugiati (OSAR) accoglie molto favorevolmente questa sentenza e ritiene che per decidere sul rinvio non è sufficiente valutare solo la situazione giuridica e l’applicazione della legge di un paese ma bisogna anche verificare se i richiedenti l’asilo sono protetti ed al sicuro nei confronti di qualsiasi forma di pericolo anche non governativo e/o privato. Secondo l’OSAR questo caso illustra le carenze generali della Svizzera in materia d’asilo nei confronti delle persone LGBTQI. L’esistenza di leggi che reprimono l’omosessualità nei paesi d’origine dei richiedenti asilo non è sufficiente per ottenere la protezione in Svizzera. Per poterne beneficiare le persone LGBTQI devono poter rendere credibile che il rinvio nei loro paesi d’origine li espone direttamente in pericolo. Le autorità svizzere nelle loro indagini, partono dal presupposto che le persone LGBTQI non hanno nulla di cui temere nei loro paesi d’origine fintanto che “non si fanno notare” e dissimulano il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere. OSAR a più riprese ha criticato questo modo di fare delle autorità svizzere. Secondo le direttive internazionali, l’organizzazione fa notare che non si tratta di determinare se le persone in cerca di protezione possono continuare a vivere “discretamente” nei loro paesi d’origine in caso di ritorno, ma quello che potrebbe succeder loro se la loro identità venisse scoperta. L’OSAR considera l’identità sessuale come parte integrante dell’identità della persona e ritiene che essa non debba in alcuna circostanza essere repressa o messa in discussione.

Per riconoscere i motivi di fuga degli LGBTQI e garantirne i diritti d’asilo dei richiedenti d’asilo LGBTQI, l’OSAR ed altre organizzazioni hanno stilato, un po’ di tempo fa, una guida per i rappresentanti giuridici. Quest’opera contiene anche dei consigli sull’accoglienza, l’alloggio e la cura dei richiedenti asilo LGBTQI.

Fonte: https://www.osar.ch/publications/news-et-recits/renvoi-dun-gambien-homosexuel-la-cedh-reprimande-la-suisse


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Garantire i diritti del personale sanitario

Garantire i diritti del personale sanitario

Nel mondo, almeno 3’000 professionisti del settore sanitario hanno pagato con la propria vita gli sforzi per far fronte alla pandemia. Anche in Svizzera il personale sanitario ha lavorato sotto pressione, a volte in condizioni difficili. In una lettera aperta comune – già co-firmata dai sindacati VPOD/SSP e UNIA e dall’associazione professionale ASI – Amnesty chiede al Consiglio federale di ordinare una perizia indipendente della crisi del Coronavirus. Quest’ultima dovrebbe evidenziare le conseguenze della pandemia sul personale sanitario e fare chiarezza sulla gestione della crisi da parte del governo.

Secondo le stime disponibili, oltre 230’000 lavoratori e lavoratrici del settore sanitario sono stati contagiati dal Covid-19 nel mondo fino al mese di luglio 2020. Ricerche svolte da Amnesty rivelano che oltre 3’000 di loro hanno pagato con la propria vita gli sforzi per arginare la pandemia.

“Molti hanno dovuto e devono tuttora lavorare senza materiale di protezione sufficiente e con miseri salari. In diversi paesi, dei professionisti del settore sanitario che hanno criticato la gestione della crisi da parte del governo hanno subito sanzioni, sono stati licenziati o perfino incarcerati,” spiega Pablo Cruchon, coordinatore della campagna per Amnesty International Svizzera.

Anche in Svizzera, i professionisti del settore sanitario sono stati particolarmente esposti al virus e hanno dovuto fare prova di grande impegno e flessibilità in un contesto di crisi e incertezza inedito. Attualmente però non esistono dati affidabili sulle conseguenze della pandemia sul personale sanitario.

“Per definire le misure suscettibili di meglio proteggere il personale sanitario di fronte al virus in futuro, è necessario avere dei dati affidabili. Dobbiamo sapere quante persone impiegate nel settore sanitario hanno contratto il virus al lavoro e se tra queste delle persone sono decedute. Dei dati di questo genere dovrebbero anche stabilire in quale misura il Coronavirus è stato considerato una malattia professionale quando il virus è stato contratto sul luogo di lavoro, e rivelare la natura del sostegno offerto alle persone infettate,” si legge nella lettera.

Per migliorare le misure di protezione dei professionisti del settore sanitario in vista di una possibile nuova ondata nel nostro paese, Amnesty International e le organizzazioni partner chiedono al Consiglio federale di ordinare una perizia indipendente dell’impatto della crisi sul personale sanitario e sulle persone di origine straniera impiegate in queste professioni, che dovrebbe pure integrare una prospettiva di genere e legata all’origine del personale.

Fonte: https://www.amnesty.ch/it/campagne/la-nostra-salute-i-loro-diritti/garantire-i-diritti-del-personale-sanitario

Per maggiori approfondimenti

Il manifesto di Amnesty a sostegno del personale sanitario


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Diritti umani in Europa: Amnesty International non risparmia la Svizzera

Diritti umani in Europa: Amnesty International non risparmia la Svizzera

Nel Rapporto annuale rende omaggio a chi difende i propri diritti, ma si denunciano abusi e violazioni

di Fabio Caironi

LONDRA/LUGANO – Amnesty International ha pubblicato il proprio Rapporto annuale sui diritti umani in Europa per il 2019.

Da un lato l’organizzazione con sede a Londra rende omaggio alle persone che sono scese in strada per difendere i propri diritti e quelli degli altri. Allo stesso tempo, Amnesty International ha avvertito che le violazioni dei diritti umani continuano a verificarsi in tutta la regione, senza che i governi siano chiamati a risponderne.

Critiche alla Svizzera – Anche la Svizzera non viene risparmiata dalle critiche, in primis per quanto riguarda la nuova procedura di asilo accelerata. «Nessun sistema affidabile è stato messo in funzione per individuare a monte i richiedenti vulnerabili, come pure i loro bisogni in materia di procedura e di alloggio». I richiedenti asilo hanno faticato ad accedere a cure mediche specialistiche, mentre le persone che cercavano di venire loro in aiuto hanno incontrato limitazioni di accesso ai Centri federali. Il Regolamento di Dublino è stato applicato rigidamente dalle autorità elvetiche, prosegue Amnesty International: persone vulnerabili o con parenti residenti in Svizzera sono state regolarmente inviate verso il primo paese di entrata in Europa.

Ma non c’è solo questo. Un’indagine sulla diffusione delle molestie e delle violenze sessuali ha rivelato che il 22% delle donne di età superiore ai 16 anni hanno subito atti sessuali non desiderati nella loro vita. Amnesty International ha chiesto una riforma del diritto penale per fare in modo che lo stupro sia definito sulla base dell’assenza di reciproco consenso, conformemente alle norme internazionali in materia di diritti umani. Attualmente, la definizione dello stupro nella legislazione penale svizzera rimane basata sulla violenza, le minacce di violenza o altri mezzi di coercizione.

Infine, le leggi antiterrorismo che dovrebbero essere adottate nel corso dell’anno. «Permettendo alle autorità di limitare fortemente le libertà individuali sulla base non degli atti di una persona ma di ciò che potrebbe eventualmente commettere in futuro, la legislazione antiterrorismo proposta apre la porta a ogni genere di abusi. Queste misure, di cui alcune potrebbero essere applicate a bambini a partire dai 12 anni, non sono accompagnate da garanzie sufficienti, fatto che potrebbe sfociare in una messa in atto arbitraria e discriminatoria».

Fonte:https://www.tio.ch/svizzera/attualita/1431922/diritti-international-amnesty-svizzera-violazioni-europa


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Materiale della Confederazione sul tema della violenza domestica con modulo per segnalazione

In Svizzera esiste un numero considerevole di materiali informativi e di lavoro sulla prevenzione, l’intervento e il dopo-intervento in caso di violenza domestica.

Il toolbox Violenza domestica consente di accedere a questa ampia raccolta di materiali di provata utilità sul tema della violenza nei rapporti di coppia, comprendente guide, opuscoli, check list, promemorie, materiali didattici, lettere modello, moduli e altro ancora.

La banca dati centrale è concepita come uno strumento di lavoro destinato a specialisti confrontati con vittime o autori di violenza. Il suo scopo è consentire un trasferimento di conoscenze rispettoso delle risorse e basato su un approccio interdisciplinare, e nel contempo promuovere lo sfruttamento di sinergie.

Lanciando una ricerca mirata nell’apposita maschera l’utente accede in modo rapido e semplice ai materiali disponibili sul tema richiesto.

Modulo segnalazione documenti (DOC, 24 kB, 25.01.2017)

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